Il marciume

Il marciume

Hirka infila l’ultimo piatto sporco nella lavastoviglie e si affretta ad impilare quelli lavati con un velo di malinconia negli occhi. Non ha senso, ormai, farsi sopraffare dalla tristezza pensando a cose e persone che non vedrà mai più. Adesso la sua casa è quello strano caffè, propaggine della chiesa di padre Brody dove chi ha bisogno trova anche un posto caldo e sicuro per dormire, proprio come è capitato a lei. Finito il turno di lavoro, Hirka attraversa la chiesa e sale in cima al campanile; è qui che si è ricavata un posto tutto suo, pulito e tranquillo, a patto di non trovarsi lì quando suonano le campane. Su un piccolo soppalco in legno ha sistemato un materasso, un mobiletto con dei cassetti ed una stufa portata fin lassù da padre Brody per non farle patire il freddo. È da questa sorta di rifugio arroccato sul campanile che ogni sera osserva quella che la gente chiama città, un posto in cui il silenzio non esiste ma si è sempre circondati dal brontolio costante delle automobili. Da lassù osserva pensierosa quello che sembra essere l’unico pezzetto di terra libero, là fuori. Un semplice giardino “in cui i sassi spuntavano dalla neve come denti storti. Sotto ciascuna pietra c’era un cadavere. Qui non bruciavano la gente: la seppellivano semplicemente nel terreno e la lasciavano marcire. Non era giusto: soltanto gli assassinii facevano così. Eppure la cosa non dava fastidio a nessuno. Aveva chiesto se dessero mai qualche morto in pasto ai corvi; ma era un’altra delle cose che non avrebbe domandato più”. Triste, accasciata sul materasso tocca l’amuleto che porta al collo: un dente di lupo con delle piccole tacche; una per ogni vittoria nelle sfide tra lei e Rime. Non riuscirà mai ad abituarsi a queste fitte di nostalgia, quel buco che da centocinquantaquattro giorni le divora il petto...

Secondo volume della trilogia The Raven Rings, Il marciume riprende le fila della narrazione dal punto esatto in cui abbiamo lasciato Hirka e Rime. La prima in fuga da Ymslanda è alle prese con lo strano mondo dei figli di Odino: la nostra terra rumorosa e caotica, dove le automobili sfrecciano veloci, gli uomini seppelliscono i propri morti in giardini anziché cremarli e la spazzatura sembra vivere una vita autonoma. Niente di più lontano, quindi, dal profondo legame con la Natura che ancora si sente nelle terre di Ym e che forse molti secoli fa anche i figli di Odino (gli umani) possedevano. È un tema forte, questo del legame con la Terra e del rispetto dell’ambiente ed è anche – assieme al tema della diversità ‒ una delle possibili chiavi di lettura del romanzo. Il viaggio di Hirka – sempre braccata, estremamente cauta nel concedere fiducia al prossimo e sempre in bilico fra due mondi, fra forze e interessi contrastanti – procede da York fino a Venezia; ad affiancarla una compagnia strampalata, come ogni fantasy che si rispetti. Lontano fisicamente ma non dal cuore di Hirka, Rime si trova invece invischiato nelle manovre politiche e nei giochi di potere delle varie fazioni del Consiglio: adesso è lui a capo del consesso, lui è il Portatore del Corvo e non è facile mantenere la pace e l’unità. Capita abbastanza spesso di rimanere delusi dal sequel di un romanzo che si è apprezzato in modo particolare: la narrazione non regge il ritmo, i personaggi – spesso numerosi – si perdono in una nebbia grigia tanto da costringere a riprendere in mano il primo volume per riportare alla memoria nomi, casate, luoghi e impianto di miti e leggende, la lettura in generale non ripaga le aspettative che vi si sono riposte. Non è il caso della trilogia ideata da Siri Pettersen. Trame e sottotrame sono in continua evoluzione, così come i personaggi – penso in particolare ai protagonisti – che maturano con l’avanzare della storia – ed anche a nuove figure che capiamo saranno determinanti per il prosieguo dell'avventura. Un fantasy ben strutturato, da come non se ne leggevano da tempo, e del quale adesso attendiamo l’ultimo capitolo in uscita probabilmente a maggio del prossimo anno.



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