Il matrimonio di mio fratello

Il matrimonio di mio fratello

Mentre percorre l’Adriatica dopo tre giorni di appuntamenti lavorativi in su e in giù per lo stivale, il trentanovenne Teo riceve la telefonata di sua madre. Suo fratello Max è scomparso, nessuno riesce più a contattarlo da ore e il suo cellulare sembra morto. La donna è sull'orlo di una crisi di nervi e come se non bastasse alle sue spalle giunge anche il continuo borbottio del padre che gli intima di passare a prenderlo per andare insieme a cercarlo. Teo è stanco e provato già da ore di macchina pregresse, dai messaggi mandati senza risposta a Gaia - ultima sua infatuazione in ordine cronologico - e l’ennesimo problema causatogli dal fratello maggiore (che solo lui al solito pare in grado di risolvere) sembra dargli il colpo di grazia. Teo prova a rassicurare la madre ma pare che Max abbia con sé anche i suoi due bambini. A Teo non resta così che mettere in preventivo altre ore di infernale autostrada e provare a risalire fino in montagna, nel piccolo paesino sulle Dolomiti dove dopo il divorzio Max come un’eremita ha deciso di stabilirsi, spaventato in cuor suo anche da quel segreto che al culmine della disperazione suo fratello qualche tempo addietro ha deciso di confidargli. D’altronde sono quarant’anni che lo fa, quarant’anni che è costretto a seguire quasi succube le gesta eroiche di Max. Forse è per questo che crescendo è diventato il suo esatto opposto. Mentre Max infatti da purista delle sue idee è arrivato a sfiorare la morte pur di sfidare se stesso, la famiglia e la montagna, mandando a monte anche il suo matrimonio, lui - da invisibile in famiglia e non solo - ha sempre optato per un più comodo lasciarsi vivere, preferendo sistemarsi nella comoda azienda dove il papà, l’avvocato Lombardi, ha prestato una vita di onorato lavoro, rinunciando nel contempo da subito a legami sentimentali troppo stretti e a responsabilità che una famiglia gli avrebbe imposto. E così mentre l’autostrada ora si srotola veloce sotto la sua auto e l’angoscia sale, tra telefonate, qualche corroborante striscia di coca e molti pensieri, Teo ha il tempo di fare il punto della situazione...

Sono passati vent’anni esatti da quando il giovane Enrico Brizzi detonò nella letteratura nostrana con il suo tenero eroe Alex D., adolescente figlio della Romagna di Tondelli e Pazienza che in sella alla sua bici, armato solo dei suoi anni e del suo bagaglio di puro sognatore, partiva schizzando in su e in giù per le vie di Bologna pronto per conquistarsi la sua personalissima fetta di mondo. E chissà se i sogni, le illusioni, la purezza di Alex in questi vent’anni non si siano trasformati nel cinismo, nel qualunquismo, nell’arrendevolezza esistenziale di Teo, quarantenne disilluso capace solo di lasciarsi vivere, pur di non complicarsi la vita. E magari se Adelaide, la dolcissima compagna di viaggio di Alex, non sia oggi solo una delle tante facce profilo su Facebook con cui Teo, al culmine della solitudine, prova persino a un certo punto a fare i conti. Perché questa saga familiare contemporanea di quasi cinquecento pagine inevitabilmente parte da lì. I due fratelli Lombardi sono infatti le due facce della stessa medaglia, due sconfitti che vediamo crescere ed evolvere in tempo reale sotto i nostri occhi, da felici bambini dei tardi anni '70 intenti a interminabili partite a Subbuteo, passando per adolescenti dal carattere incerto ma dove le differenze già cominciano a delinearsi, fino all’età adulta dove gli errori si pagano inevitabilmente in prima persona. Il tutto sotto gli occhi di una famiglia medio borghese bolognese/italiana, una famiglia in cui è impossibile non riconoscersi, con la madre con l’acconciatura come quelle annunciatrici di una volta e rassicurante come la mamma del brodo Star, chioccia capace di equilibrare le dinamiche dei maschi di casa e della terzogenita più piccola e capace di invecchiare con dignità, ed il padre avvocato, dedito viceversa per una vita al suo lavoro e meno incline al ruolo che la vita, man mano che inesorabile scorre, gli riserva. A far da sfondo a loro c'è non solo Bologna ma l’Italia intera, con le pochissime virtù e i suoi piccoli e grandi vizi, da Tangentopoli a Capaci, evoluta o involuta in modo proporzionale alla famiglia che rappresenta. Un romanzo insomma ricchissimo di spunti, di vita che sprizza da tutte le pagine, una cartolina in movimento che racconta – con una scrittura scorrevole, solida, ben equilibrata, ma che visto la mole di avvenimenti da raccontare a volte indugia troppo nel descrittivo, nel riassunto, e certo non raggiunge le vette d’ispirazione anche stilistica di quel felice esordio – noi, le nostre famiglie – o quello che ne resta – e tutto quello che in questi quarant’anni abbiamo sognato, idealizzato, e magari mai raggiunto, quello che siamo stati e quello che, senza rimpianto e con un pizzico di nostalgia, inesorabilmente diventeremo.



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