Il Messico insorge

Il Messico insorge

1913. Il giovane corrispondente di guerra John Reed passa il confine tra Texas e Messico nei pressi della cittadina di Ojinaga: la sua idea è intervistare il generale Salvador Mercado, giunto là dopo una terribile marcia nel deserto con ciò che rimane delle sue truppe sconfitte e qualche centinaio di civili terrorizzati. La sua richiesta viene intercettata da Pascual Orozco, che minaccia di farlo fucilare. Ma Reed non si spaventa e riesce ad incontrare Mercado, “un ometto grasso, patetico, preoccupato e indeciso”. Ojinaga – per cinque volte perduta e ripresa – è una città in rovina: non c’è in pratica una sola casa che abbia ancora il tetto e sotto un sole implacabile la gente vive al fianco di polli e maiali. Corre voce che Pancho Villa e le sue truppe stiano per arrivare. Le voci in realtà sono tante e incontrollate: Huerta ha dato le dimissioni, Huerta sta venendo a nord per prendere il comando in prima persona, Orozco è stato fucilato, Orozco sta per attaccare alla guida di 10.000 guerriglieri. La voce giornalisticamente più interessante è quella che dice che il generale Urbina, un signore della guerra locale, sta per partire per il fronte. Reed è inquieto. Bisogna parlarci con questo Urbina, a tutti i costi. Potrebbe essere l’unico modo per recarsi dove c’è l’azione, dove la storia del Messico si sta facendo. Reed incontra un “arabo dall’atteggiamento ostile” che lo accompagna sul suo calesse a due ruote fino a Las Nieves, dove c’è la hacienda di Urbina. La casa del militare brulica di bambini seminudi, pavoni, galline, capre, maiali. Un chiasso infernale. Il generale sta su una poltrona di vimini sfasciata, imbocca di tortillas un cervo addomesticato e una pecora nera. Un peón inginocchiato davanti a lui rovescia in terra da un sacco di tela centinaia di cartucce Mauser. Reed domanda a Urbina il permesso di aggregarsi alla sua spedizione come reporter…

1910, Messico. Le elezioni politiche hanno appena confermato la dittatura del Generale Porfirio Díaz, ma le opposizioni liberali guidate da Francisco Madero, costretto alla fuga negli Stati Uniti, denunciano gravi brogli. Numerose insurrezioni armate scoppiano nel Paese e in pochi mesi il regime di Díaz cade. Madero rientra in Messico e sale al potere, ma l’insurrezione prosegue. Da sinistra i guerriglieri guidati da Emiliano Zapata al grido di “tierra y libertad” al fianco dei contadini poveri, dall'altra Pascual Orozco, finanziato dai proprietari terrieri per riportare un governo reazionario in sella. Orozco viene sconfitto da Victoriano Huerta, ex generale porfirista agli odini di Madero, ma Huerta nel 1913 passa a fianco dei rivoluzionari facendo assassinare Madero, il “Kerenskij messicano”. Il Paese è nel caos. Bande di irregolari ed ex guerriglieri lo percorrono creando zone d'influenza (ad esempio Francisco “Pancho” Villa ha preso il controllo dello stato del Chihuahua) in armi le une contro le altre, nella massima confusione. È in questa fase che entra in scena John Reed, giovane corrispondente di guerra del quotidiano “Metropolitan” di New York, alla sua prima missione all’estero. Non solo testimone, non solo cronista, ma protagonista di questo reportage del 1914 che comunica perfettamente al lettore lo spontaneismo della rivoluzione messicana, la sua caotica complessità. Avvertenza: se non si conoscono almeno per sommi capi le vicende storiche è pressoché impossibile raccapezzarsi leggendo solo Il Messico insorge, ma paradossalmente ciò non rappresenta un limite per questo capolavoro del giornalismo. Non è infatti la visione d’insieme a interessare Reed, ma la shakespeariana, anarchica follia dei protagonisti della guerriglia: e questa scorre potente tra le pagine, ammaliando il lettore oggi come più di un secolo fa.



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