Il metodo antistronzi

Il metodo antistronzi
Ovvero - recita il sottotitolo - "come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è": si tratta di un metodo che Robert Sutton, professore dell’università americana di Stanford ha ideato per individuare e poi eliminare ogni comportamento tendente all’arroganza e alla prevaricazione negli ambienti lavorativi. Il libro è suddiviso in due parti, la prima rivolta ai quadri dirigenti, e la seconda a quanti sono costretti a doversi trovare quotidianamente a che fare con angherie e soprusi umilianti da parte di colleghi o superiori. Ma prima di entrare nel vivo della questione, il manuale fornisce un paio di semplici accorgimenti su come identificare un comportamento arrogante tipico dello stronzo. Il primo segnale per capire se si è vittima di uno stronzo è l’immediato senso di oppressione e disagio che si prova davanti al suddetto. Il secondo evidente segnale dello stronzo è il cambiamento di atteggiamento che questi ha nei confronti di chi ha meno potere e nei confronti di chi ha più potere di lui. Alla luce di queste importanti indicazioni si passa velocemente alla prima parte del trattato: l’analisi della corretta dirigenza. E si scopre che sono tantissime le aziende americane che hanno preso ad adottare questo metodo e che alcune già al momento del colloquio di assunzione si preoccupano di capire se gli aspiranti collaboratori abbiano o meno un atteggiamento aggressivo. C’è il test dei biscotti, da molti adottato per distinguere i prevaricatori dagli altri più pacati: durante un colloquio di gruppo si pone al centro del tavolo un vassoio con deliziosi biscotti, diabolicamente di numero inferiore rispetto ai presenti, e li si offre ai candidati aspettando al varco coloro che ne prendono più di uno. La prima parte del libro prosegue con esempi più o meno verosimili di come dovrebbe essere l’ambiente lavorativo perfetto, e si passano poi in rassegna, con nomi e cognomi, alcuni personaggi illustri d’Oltreoceano, rinomati per la loro bastardaggine. C’è un paragrafo sull’importanza del dialogo e un altro, pseudo-marxista, sulla necessità di distribuire gli stipendi senza scarti differenziali eccessivi. Non manca la predica sul “combattere per le proprie idee”, né il decalogo del bravo leader. Dopo un richiamo all’accortezza nell’affibbiare certe etichette con troppa facilità, si distingue lo stronzo occasionale da quello patentato, concedendo al primo l’attenuante che “ognuno di noi può trovarsi ad attraversare un periodaccio nella propria vita”. La prima parte termina con la presa d’atto di un fatto allarmante: gli stronzi si moltiplicano, il simile tenderà ad avere vicine persone simili, e quindi sarà opportuno pensarci seriamente prima di affidare a un prevaricatore l’incarico di assumere altro personale. La seconda parte, quella dedicata a chi è costretto a lavorare con capi e colleghi di lavoro stronzi senza avere la facoltà di scegliere o modificare il clima, si apre con un monito che spinge a considerare il fatto che molto spesso potremmo essere noi gli stronzi in questione. Segue una serie di consigli tantrici su come controllare la rabbia, evitare di vedere i colleghi come dei nemici, provare a vedere come gli altri ci vedono, fino al sempreverde “affronta il tuo passato”. Il manuale di sopravvivenza prosegue con non meno banali osservazioni, fra cui il cercare di vedere le cose sotto l’aspetto positivo, l’aspettarsi il peggio e immaginare di essere altrove mentre ci si trova in situazioni difficili. Probabilmente nemmeno Tonino Guerra con il suo “ottimismo è il sale della vita” avrebbe saputo dirlo peggio.
In conclusione, il libro è pieno di quella 'positività' commerciale tipica di certa editoria da aeroporto di stampo Usa che sfiora il limite dell’ovvietà lasciando al termine della lettura un senso di insoddisfazione che non ci si aspettava, visto il titolo. Oltretutto questa filosofia è decisamente troppo lontana dalla situazione in cui è costretta a vivere la maggior parte degli Italiani, per i quali lavorare con uno stronzo sarebbe comunque meglio che non lavorare affatto.

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