Il metodo Catalanotti

Il metodo Catalanotti

Stavolta “quella grannissima camurria del tilefono” alle tre di notte non si traduce nella solita ammazzatina annunciata alla sua maniera da Catarella. È invece un Mimì Augello piuttosto stravolto che dopo un attimo è già dietro la porta “con l’occhi che mannavano lampi di foco”. La cosa che gli è capitata, in effetti, è strana assai e potenzialmente pericolosa. Mentre si accingeva a trascorrere una notte appassionata con la moglie di un medico approfittando del turno in ospedale, i due amanti erano stati interrotti sul più bello dall’uomo che era tornato a casa perché non si sentiva tanto bene. A Mimì non era restato che calarsi dal balcone, entrare in quello dell’appartamento sottostante e cercare di uscire dalla porta approfittando della finestra lasciata aperta. Ma al buio aveva distinto una forma umana distesa sul letto che stranamente non si era accorta della sua presenza, nonostante il fracasso che aveva fatto inciampando in una sedia. Era così che, tastando, s’era accorto che la forma umana era un cadavere gelido vestito di tutto punto. Adesso è lì a chiedere consiglio a Montalbano; tuttavia la conclusione è che, in realtà, non c’è molto da fare a meno – nella migliore delle ipotesi – di mettere in difficoltà l’amica di Mimì. L’unica è aspettare e farsi venire qualche idea a mente fresca. Il giorno dopo, però, in commissariato Montalbano l’ammazzatina la trova comunque; è stato rinvenuto un cadavere – anche questo elegantemente vestito da capo a piedi e sul suo letto, proprio come il cadavere di Mimì – e la scena del delitto appare a tutti una vera e propria messinscena. Il morto è Carmelo Catalanotti, un cinquantino con una specie di doppia vita. Dalle indagini, infatti, emerge che faceva l’usuraio, benché di basso profilo, aveva una grande passione per il teatro e faceva parte della dirigenza di una filodrammatica di paese alla quale si dedicava con grande impegno. Poiché si occupava della regia, sceglieva gli attori seguendo un metodo tutto suo basato su modalità per certi versi discutibili, mirate a verificare la capacità dei candidati ad attingere al proprio vissuto, alle proprie emozioni e fragilità, alle proprie esperienze più intime per essere capaci di portare sulla scena il “similvero”. Ogni aspirante attore veniva sottoposto ad una serie di prove e tutto il percorso – pericoloso quando incrociava personalità borderline – era meticolosamente registrato da Catalonotti in fascicoli che vengono rinvenuti in un archivio e sui quali presto si concentra l’attenzione del commissario. A complicare le indagini, il misterioso ferimento di un bravo giovane stranamente omertoso e soprattutto il nuovo responsabile della Scientifica, la bella Antonia Nicoletti…

Ha raccontato il vecchio Maestro che l’idea di fondo di questo nuovo romanzo sia nata da una domanda rivoltagli da sua moglie, che un giorno gli ha chiesto perché ha ambientato Montalbano in tanti ambiti diversi e mai a teatro. E così questa indagine del personaggio più famoso di Andrea Camilleri diventa un vero e proprio omaggio al suo primo e grande amore e ha il cuore della trama nel particolarissimo metodo che dà il titolo al romanzo. Il fù Catalanotti, ossessionato dalla rappresentazione teatrale fondata sulla ricerca del similvero, cercava i suoi attori tra coloro che avessero la capacità di mettersi a nudo, il coraggio di penetrare in se stessi fino a far emergere la verità del proprio essere più profondo, facendo cadere qualunque maschera più o meno consapevole. Una metodica ispirata al teatro d’avanguardia del polacco Grotowski ma spinta all’estremo fino a giocare pericolosamente con quella materia liquida e instabile che è la mente e il cuore dell’uomo. Da questo punto di vista il romanzo è apprezzabile e anche, per certi versi, originale, nonostante presto al lettore tutto si faccia abbastanza chiaro. Ma, come è noto a tutti, della serie dedicata a Montalbano, benché certo importante, l’elemento fondamentale non è certo l’indagine. Il punto di forza – oltre che nella lingua alla quale siamo affezionati e che continua a divertirci – è soprattutto nei personaggi e nell’ironia. Qui l’ironia scarseggia, i personaggi (tranne forse Mimì) sono messi decisamente da parte e persino la trama è quasi secondaria rispetto alla vicenda personale di un Montalbano ormai irriconoscibile. L’intento, negli ultimi romanzi, è quello dichiarato di accompagnare il personaggio in una fase diversa della sua vita ma, francamente, il risultato – soprattutto stavolta – non è un romanzo introspettivo, non è un Montalbano che intenerisce con la sua fragilità quanto una figura che spesso sfiora il ridicolo quando non il patetico. Sente di essere giunto ad un punto in cui deve cogliere l’ultima occasione che la vita gli offre sotto le spoglie di una trentenne aggressiva e sicura di sé; il risultato è che in buona parte del romanzo lo troviamo a specchiarsi, a fare flessioni per la pancetta, a spendere un patrimonio in profumi e cremine, a rifarsi un guardaroba moderno per poi risultare ridicolo ai suoi stessi occhi, a dimenticare e trascurare cose importanti nelle indagini, e addirittura ad usare ripetutamente la casa della vittima come pied-à-terre per fare sesso con la giovane collega, con la scusa delle carte di Catalanotti da esaminare. Del Montalbano che abbiamo conosciuto, insomma, sembra essere rimasto molto poco, al punto che riesce a farci diventare simpatica persino la povera Livia, che davvero è diventata personaggio marginale nelle storie e nella vita del commissario, ma che non merita il trattamento che le viene riservato. La caduta di stile è talmente evidente che il personaggio appare imbarazzante e quasi la caricatura di se stesso, e con buona pace dei simpatici rimproveri che ha sempre riservato in passato al fimminaro Augello, adesso sembra lui stesso suggerire al lettore non la parabola discendente di un uomo che non vuole negarsi “gli ultimi fuochi”, come li definisce, quanto piuttosto antichi proverbi popolari volgari che raccontano di buoi e carri e che esortano a ricordare che ogni lasciata è persa. Anche in questo aspetto Camilleri ha forse voluto proporre il similvero giocando con il lettore, sbilanciando però troppo la trama verso aspetti che prendono il sopravvento? Non si tratta, infatti, soltanto di un fatto “affettivo” nei confronti di un personaggio scolpito nell’immaginario e ora smarrito, ma della pesante deformazione che questo smarrimento comporta sulla trama e sulla scrittura. E no, carissimo e amatissimo Maestro, abbiamo amato un personaggio diverso e questa non è la fine che ci saremmo aspettati. Del reale sappiamo già abbastanza.



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