Il metodo della fenice

Il metodo della fenice

A volte, per quanto possa sembrare strano, le idee fanno più male dei fatti. Ancora peggio, sono le associazioni tra le idee a colpire con più violenza: per questo, stamattina, uno dei poliziotti della Scientifica ha vomitato sulla scena del crimine. C’era un odore dolciastro, che di per sé sarebbe stato innocuo. Ma poi c’era il cadavere di quella donna, nuda e bruciata, ed è stato difficile resistere all’esito dell’abbinamento. Il commissario Casabona, che sta indagando su questo omicidio orripilante, riflette proprio sulla stessa questione: è mai possibile che il colpevole sia stato ritrovato tanto facilmente? Tanto presto? Ma, soprattutto: tanto immediatamente, per così dire, secondo la più banale linea retta d’indagine, cui sono bastate poche semplici domande – da cui si era risaliti, senza colpo ferire, a Luca Simoni, proprietario di quell’Audi A4 station wagon nera che stanno tutti cercando e che adesso, nonostante siano appena entrati in casa sua e gli abbiano messo sotto controllo ogni telefono, sembra scomparso nel nulla? È un’associazione che non sta in piedi, pensa il commissario. Che ultimamente fa una certa fatica a tenere insieme le cose: non a caso l’ultimo litigio con la moglie è stato più duro del solito, e non lascia prevedere niente di buono...

Il metodo della fenice è un noir teso, ricco di dettagli ben piazzati, nel quale i tanti temi trattati si intrecciano felicemente in una composizione equilibrata. Dal dissidio con la moglie e la preoccupazione per il futuro (perfino la figlia del commissario sa bene che certi litigi tra marito e moglie, anche molto burrascosi, possono finire in una bolla di sapone; ma anche, viceversa, che da un nonnulla può generarsi la più dolorosa delle separazioni), alle difficoltà di indagare in mezzo ai tagli alle risorse della pubblica amministrazione, dove la squadra che ha bisogno dell’auto è costretta a sottrarla ai colleghi che, più tardi, “dovranno andare a piedi”; dalla critica al consumismo ipertecnologico, incarnata dalla “comunità degli elfi” di tolkeniana memoria, alle peggiori ragioni per uccidere pur di sottrarsi – non tanto alla giustizia, che certe volte, per certi individui, è solo l’ultimo dei problemi – alla verità, e all’insostenibilità di un presente artefatto che rischia di crollare di fronte all’evidenza di un passato da nascondere a ogni costo. Un altro buon lavoro per Antonio Fusco, funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense che, dopo aver lavorato a Roma e a Napoli, vive adesso in Toscana, dove il libro è ambientato.



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