Il ministero della suprema felicità

Il ministero della suprema felicità
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Anjum siede in silenzio all’ombra di un albero nel cimitero in cui vive. Sono mesi che si è trasferita lì. Ormai non bada più agli insulti dei passanti, allo scherno dei bimbi che le tirano i sassi. Resta lì. Non ha più voglia di tornare a vivere nel mondo. Le basta scambiare qualche parola con l’Imam Sahib che, a volte, si ferma a discutere con lei. Parlano di massimi sistemi. E non sono mai concordi su nulla. Anjum un tempo è stato un uomo. Un bambino felice, a quanto riesce a ricordare. Poi ha scoperto qualcosa che non “andava” in se stesso. Desiderava essere diverso. Vestire come le sue sorelle: essere donna. Sua madre ha provato a tenerlo nascosto il più possibile. Ma ben presto a tutti tocca fare i conti con il proprio “io”. Anjum va via da casa. Vivrà in una comune con altri “hijra” come lui. Una minoranza discriminata e isolata. Per Anjum è il periodo più felice della sua vita. È spensierata. Passa da una relazione all’altra, pone la sua attenzione sulle cose frivole: è sempre alla moda, curatissima. Eppure tutto va in pezzi quando si reca nel Gujarat per accompagnare un suo amico. Gli scontri violentissimi e anti mussulmani travolgono chiunque. Anjum ne è segnata per sempre. Nel Gujarat la sua vita incontra quella di una misteriosa donna: S. Tilottama. Anjum si ritrova a fare i conti con il passato della donna, a tentare di ricostruire quello che è stato, chi ha amato, cosa ha lasciato dietro di sé…

Vent’anni dopo Il dio delle piccole cose, un libro che è stato un successo mondiale e le ha permesso di vincere il Booker Prize, Arundhati Roy torna con il suo secondo attesissimo romanzo. Non che in questi venti anni la celebre scrittrice indiana sia mai scomparsa dalla scena internazionale. Si è occupata di politica, ha scritto saggi, è un personaggio molto “scomodo” e discusso in India. Ha più volte dovuto essere scortata perché le sue opinioni non collimavano con il sentire della classe dirigente indiana. Eppure non ha mai lasciato New Dehli. Coerente con il suo modo di pensare, ha continuato a vivere in India e tentato di cambiare con il suo pensiero la società. Il ministero della suprema felicità è un romanzo impegnativo. Bisogna leggerlo con calma e prendersi tutto il tempo necessario. Il plot è complesso e intricato e la Roy ci porta, ancora una volta, tra gli ultimi. Siamo dapprima tra gli “hijra” a Dehli e poi sulle tracce di questa misteriosa S. Tilottama ci sposteremo nel Kashmir. Essere un “hijra” e per giunta essere musulmano a partire dal 2002 in India è una delle posizioni più “scomode” che si possano avere. Alla discriminazione di genere si aggiunge quella religiosa. Anjum è una donna costretta a vivere una vita tormentata in una società che non accetta nulla di lei. La prosa della scrittrice indiana è complessa – un plauso alla bellissima traduzione di Federica Oddera – e il lettore avrà bisogno di pazienza per immergersi completamente in una storia avvincente, poderosa, importante. Ci è mancata per vent’anni Arundhati Roy. Finalmente abbiamo la possibilità di leggere nuovamente un suo romanzo. Centelliniamo ogni frase, godiamoci ogni passaggio. Il ministero della suprema felicità è un libro ambizioso e imperdibile che si candida ad essere il libro dell’anno 2017.



 

 

 

 
 
 
 

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