Il minotauro

Il minotauro
Lo avevano confinato in un labirinto di specchi dove ogni parete moltiplicava il suo riflesso e non sapeva di essere solo. Ovunque si girasse vedeva un’infinità di creature come lui, che facevano le medesime cose che faceva lui. Si accovacciava e loro si accovacciavano, balzava in piedi e loro balzavano, salutava e loro agitavano la mano. Invischiato nell’infinità del doppio, pensava di vivere in mezzo a tanti esseri che gli erano gemelli. Così danzava e faceva capriole e tutti quei se stesso lo imitavano ballando e capriolando. Finché fra le immagini ne scorse una diversa, che aveva lunghi capelli neri e lo sguardo spaurito. Fissava la sua testa possente ricoperta di lanugine, le corte corna e sotto al cranio bestiale il poderoso corpo umano. Lui la inseguì, la raggiunse e muggì di piacere quando la prese, non sapendo di ammazzarla. Vennero altri giovani e lui era felice di essere con loro. Ma quando uno lo ferì, capì che non lo amavano. Incornò, scagliò in aria, calpestò, infierì. E dopo aver scoperto l’odio, il furore, il desiderio di vendetta, il dolore, scoprì anche la solitudine. Sognò di essere diverso, accettato, accolto, e sognando si addormentò. Fu allora che il Minotauro fu tradito... 
Abbiamo sempre letto il mito del Minotauro come apologo della brutalità mostruosa sconfitta dall’astuzia di Arianna e dall’eroismo di Teseo. Friedrich Dürrenmatt rovescia il punto di vista: e se l’essere metà uomo e metà toro non fosse un mostro? Nato dalla bizzarra attrazione scatenata da uno smagliante bovino in Pasifae, figlia del dio Sole e sorella della maga Circe, il Minotauro è rinchiuso dal patrigno Minosse nel labirinto costruito per lui da Dedalo (da cui la metonimia). Quindi, viene incarcerato per un peccato non commesso dal momento che non lo si può ritenere responsabile dell’insana passione adulterina all’origine del suo concepimento. Ignaro della propria segregazione, confuso dagli specchi che gli fanno credere di essere fra una moltitudine di minotauri, è appagato di vivere i suoi giorni sempre uguali fra illusori individui tutti uguali. Solamente quando la rabbia gli fa mandare in frantumi le superfici di vetro che lo circondano intuisce di essere emarginato, respinto, abbandonato. Infrangere lo specchio è il primo passo verso un’amara autocoscienza. Alla comparsa di Teseo, che si è mascherato da minotauro per imbrogliarlo, torna il conforto di non sentirsi escluso. Non è più l’unico, non è più “soltanto il suo Io, ma anche un Tu”. È di nuovo la gioia, e la gioia si fa danza. Il Minotauro “danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione”. Proprio mentre è tanto euforico e indifeso si svela il nuovo scherno. Teseo gli infligge il colpo fatale e con la piena consapevolezza di sé e dell’altro arriva la morte. Forte e invincibile nel fisico, il Minotauro mostra la sua innocente vulnerabilità nell’incapacità di riconoscere la falsità. A ucciderlo non è il coraggio ma l’inganno. In questo breve racconto, illustrato con i suoi disegni e introdotto dalla sua prefazione, Dürrenmatt utilizza il labirinto come simbolo del mondo infido e spietato in cui siamo intrappolati, mondo che altrove ha definito come “una polveriera in cui non è vietato fumare”. Le parole descrivono minuziosamente l’alternarsi di azioni ed emozioni e il trasmutare in emozione dell’azione. La prosa lirica, solenne, iterativa, oltrepassa il confine che la separa dalla poesia suscitando l’inutile speranza che l’epilogo già noto possa cambiare, che il Minotauro venga risparmiato. Perché quel mostro che sconta senza colpa un’esistenza prigioniera per un volere divino simile alla beffa, quel mostro in fondo siamo noi.

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