Il mio cuore è più stanco della mia voce

Il mio cuore è più stanco della mia voce

26 Aprile 1976, Amberst College, Massachusetts. Oriana apre l’incontro chiedendo scusa ai presenti per il suo inglese che i colleghi di “Look” definiscono ironicamente “the Fallaci English”, pronuncia insopportabile e costruzione di frasi stravaganti. Perciò chiede agli insegnanti e agli studenti presenti di fare lo sforzo di comprenderla, perché oggi vuole raccontare com’è e com’è stato il giornalismo in Europa, in Italia, ma soprattutto del giornalismo in cui crede, l’unico per cui vale la pena mettersi nei guai. Sì, perché lei si definisce “una donna scomoda”, fin dai suoi inizi a soli sedici anni, una donna che spesso paga un prezzo elevato per la volontà di esprimere sempre le proprie opinioni, con correttezza e senza mezzi termini, in qualunque occasione, con chiunque parli e di qualsiasi cosa scriva. Non a caso alcuni giorni prima di partire ha ricevuto una condanna a morte da parte dello “Squadrone della morte”, i neofascisti di Imperia, a seguito della sua partecipazione a un dibattito televisivo in diretta sulla libertà di aborto. Invitata perché autrice di Lettera a un bambino mai nato, ha colto l’occasione per dire tutto quello che pensa su chi governa l’Italia da trenta anni, affermando anche che le cattive leggi vanno disubbidite. Pochi giorni dopo, in Parlamento, è stata fatta un’interrogazione, contenente offese pesanti, nella quale si vuole venga accusata di apologia di reato. Oriana ha reagito denunciando i parlamentari autori dell’interrogazione e ha chiesto al presidente della Camera di togliere loro l’immunità parlamentare. Quando un giornalista si comporta come si deve, suscita sempre odio, dà fastidio, si procura nemici perché non può, non deve essere accomodante, innocuo, non può e non deve compiacere il potere. È quello che è successo negli Stati Uniti quando ha intervistato William Colby, ex capo della CIA…

Il mio cuore è più stanco della mia voce raccoglie sei conferenze inedite che Oriana Fallaci ha tenuto tra il 1976 e il 1983, anni in cui i suoi libri sono pubblicati in tutto il mondo (spesso anche senza rispettare i diritti di copyright). Si tratta di una pubblicazione postuma in cui ritroviamo lo sguardo di Oriana: uno sguardo forte, determinato, spietato, acuto e passionale sulla storia contemporanea. I temi ricorrenti negli interventi riguardano l’etica del giornalismo, il legame tra politica e libertà (una libertà che nella severa visione della Fallaci prima di essere un diritto è un dovere) e naturalmente Alekos Panagulis, l’uomo di Un uomo, il suo grande amore, il poeta che in carcere scrive le poesie su garze dimenticate dai carcerieri usando un fiammifero e il suo sangue, il politico che porta avanti le sue idee al di là di ogni compromesso e al di sopra dei sentimenti della vita privata. Leggendo si ha la sensazione di sentire la voce di Oriana, impetuosa e ironica, dichiarare con coraggio le proprie idee, l’amore, la necessità dell’impegno civile e soprattutto l’urgenza di scrivere. Prima di essere una giornalista, infatti, la temeraria inviata speciale Oriana Fallaci si sente scrittore, un bravo scrittore, che riesce a far confluire nell’atto dello scrivere ogni istante della quotidianità e il personale punto di vista, quell’originale angolazione che trasforma un foglio bianco in un campo coperto di neve, sotto il quale premono germogli di vita nuova. L’atto creativo per lei non è semplice ispirazione spontanea, ma intuizione sostenuta da ferrea disciplina, approfondimento storico e letterario degli argomenti, minuziosa ricerca di vocaboli che nella frase siano anche musicali, espressione di sentimenti profondi legati alla vita. Oriana Fallaci, voce autorevole della letteratura italiana, sulla tomba voleva fosse scritto non il suo nome, ma “Qui giace uno scrittore”. “Ecco, questo è tutto. Non ci saranno domande, non tanto perché sia tardi, ma perché il mio cuore è più stanco della mia voce”: per chi desidera approfondire la conoscenza di questa straordinaria autrice o semplicemente risentire il palpito impavido delle sue parole.



 

 

 

 
 
 
 

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