Il mio diavolo custode

Il mio diavolo custode
Sicari senza scrupoli, famiglie sull’orlo di una crisi di nervi, abitazioni grondanti di sangue e orrore, melodie agghiaccianti e maledette, bizzarri patti col diavolo, incubi quotidiani animati da tensioni sotterranee e antiche come il mondo. Violenze e catastrofi paradossali e grottesche dipingono un mondo vorticante e paranoico, malato e senza speranza…
Manuel De Sica (1949-2014) ha musicato alcuni dei successi più importanti del cinema italiano, da Il giardino dei Finzi Contini a Celluloide e nel 1996 ha deciso di cimentarsi anche nella letteratura con una raccolta di venti racconti brevi fortemente contaminati dall’aria pulp che si respirava nelle manifestazioni artistiche di quella decade. L’esperimento non riesce appieno e nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte a dei canovacci più che a dei racconti compiuti. A lasciare l’amaro in bocca non è però la proposta narrativa, quanto il non aver voluto osare di più e approfondire degli spunti senz’altro interessanti che vengono chiusi sempre con conclusioni che, nella frenesia di risultare inaspettate e spiazzanti, risultano più che altro affrettate. Un autore navigato avrebbe saputo sfruttare queste idee con mestiere e un pizzico di ruffianeria, tramutandole in una raccolta di racconti horror a metà tra un King e un Palahniuk. Ma il diavolo custode di De Sica aveva già deciso di donargli l’arte di plasmare le sette note a suo piacimento: donargli anche la capacità di modellare la parola sarebbe stato evidentemente troppo.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER