Il mio nome è Asher Lev

Il mio nome è Asher Lev
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Asher Lev nasce a Brooklyn in una famiglia di ebrei ortodossi: sin da piccolo il suo straordinario talento e la sua passione per la pittura lo portano a scontrarsi con la comunità in cui vive, che vede l'arte nel migliore dei casi come una perdita di tempo e nel peggiore dei casi l'ispirazione del Maligno. A ricordare continuamente ad Asher il lato diabolico delle sue capacità pittorico è il padre, stretto collaboratore del rabbino a capo della loro comunità, che non accetta di avere un figlio che trasforma tutto quello che vede in un disegno. Asher dal canto suo non riesce proprio a trattenersi e sente di dover trasferire la sua verità nelle opere che crea, in una sorta di manifesto della sincerità artistica che lo vincola profondamente. A turbare la sua infanzia, arriva anche la morte dello zio materno che porta sua madre sulla soglia dell'esaurimento nervoso e costringe il padre a intensificare i suo viaggi di lavoro, dovendosi fare carico dei compiti che prima spettavano al cognato. Asher cresce così da solo, con il peso di quel talento che è visto così male dalla sua gente e di cui lui non può fare a meno: ormai è un adolescente e quando i suoi genitori decidono di trasferirsi a Vienna, non volendo lasciare il quartiere dove è cresciuto, viene affidato al fratello di suo padre. Il rabbino per aiutarlo lo presenta a Jacob Khan, un vecchio scultore espressionista, amico intimo di Picasso, ripudiato dalla comunità ortodossa per la sua arte ma rimasto in ottimi rapporti col rabbino. Jacob prende il ragazzo sotto la sua ala e gli insegna il mestiere, viaggiando per l'Europa, da Firenze a Parigi. Proprio nel Vecchio Continente, Asher scopre la tematica che sarà alla base della sua ricerca artistica: la Crocifissione. Una scelta difficile, che lo porterà alla rottura definitiva con la sua comunità...
Un libro denso che si muove incessantemente tra due mondi agli antipodi, quello della tradizione ebraica e quello dell'arte figurativa, tracciando un quadro interessante e variegato dell'animo umano. Chaim Potok, ebreo newyorchese figlio di immigrati polacchi, racconta con incisività le dinamiche di una piccola comunità ortodossa, dove si cresce sotto lo sguardo costante degli altri, protetti e al sicuro, ma vittime delle rigide gabbie mentali della religiosità e della tradizione. Sullo sfondo, a dominare il romanzo, emerge il rapporto tra un artista e la sua opera, nel quale la volontà del demiurgo soccombe davanti all'ispirazione che nasce dal profondo, che non può essere controllata e può arrivare a contrastare con i propri principi di vita.

 

 

 
 
 
 
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