Il mio nome è Jamaica

Il mio nome è Jamaica
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Dopo la perdita in un incidente automobilistico del figlio Daniel, a pochi anni di distanza dalla morte dell’amata moglie Nicole, Santiago Boroní non è più lui. Se ne rende conto Dana, una vecchia amica, quando lo incontra a Tel Aviv ad un convegno sulla storia dell’ebraismo di cui sono entrambi esperti e brillanti docenti universitari. Anche lei ha alle spalle una travagliata vicenda sentimentale, si è separata da poco dal marito, che le ha preferito una ventenne, e ha un rapporto teso e conflittuale con la figlia Julie. Vedendo Tiago trasandato, irrequieto, vulnerabile, si intenerisce e finisce per andarci a letto, nonostante i sensi di colpa che prova per Nicole, l’amica di una vita. Il giorno seguente riceve un’improvvisa e strana telefonata dalla polizia, Tiago è stato arrestato nella città santa di Safed e ora le viene chiesto di andare a recuperarlo perché “sembra impazzito”. A Dana tutto ciò pare inverosimile: Tiago non è mai stato un attaccabrighe, è un uomo calmo e razionale. Eppure, quando lo raggiunge, di fronte ai suoi originali atteggiamenti deve ricredersi. È convinto di essere ebreo, seppur sia di origine cattolica, parla spesso in espanyoliko, la lingua ispanoebraica per i più incomprensibile, e soprattutto vuole essere chiamato Jamaica. Ritornati a Parigi non lo lascia un momento, è preoccupata dai discorsi farneticanti e deliranti che fa, quasi fosse un profeta in estasi. “Ho deciso di essere una tigre, di combattere con le unghie e con i denti contro l’ingiustizia che mi circonda, schierarmi dalla parte dei perseguitati”. Dana ha paura che possa commettere qualche gesto inconsulto, irreparabile. Perché Tiago si comporta così? Perché si arrabbia violentemente se non viene chiamato Jamaica? Indubbiamente i lutti vissuti possono avere inciso profondamente sul suo animo. Ma devono esserci altre risposte, che forse è in grado di dare un vecchio documento sulle ribellioni inca nel Perù coloniale, la Relación de la guerra del Bagua di Diego Atauchi… 
L’ebreo è sinonimo di vittima. La diaspora, le persecuzioni, le espulsioni forzate, la shoah, gli hanno cucito addosso un doloroso vestito. Nella stessa cultura biblica vi è una passiva accettazione del ruolo di capro espiatorio, ridotto o innalzato a rito sacrificale. Intellettuali come Hans Mayer, Hannah Arendt, Primo Levi hanno rilevato la diversità del “popolo eletto”, pagata a caro prezzo con la violenza, l’emarginazione, il rifiuto sociale. José Manuel Fajardo ritorna su questi temi, affrontando lo spinoso circolo vizioso vittima-carnefice. Attraverso la crisi esistenziale dei due protagonisti lo scrittore spagnolo indaga sui meccanismi perversi dell’energia distruttiva dell’uomo verso i suoi simili. Un orrore costruito sulla menzogna e sulla paura, che ha prodotto nei secoli genocidi e deportazioni. Dal passato al presente la storia si ripete: le persecuzioni cambiano nome, ma hanno sempre lo stesso volto. Dai conversos sefarditi al colonialismo dei conquistadores spagnoli, da Auschiwitz all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, fino ai tumulti dei casseurs delle periferie parigine, nulla è mutato, “perché l’Inquisizione non è una cosa del passato, al contrario, è la prima invenzione della modernità, la macchina tritacarne umana che ci strazia da secoli, sotto le forme e i nomi più diversi”, dichiara Tiago. In una continua visione diacronica Fajardo opera un annullamento temporale, che ci porta a fare i conti con le nostre comode coscienze, per dirla ancora alla Primo Levi. Non a caso i personaggi del romanzo appartengono a quella generazione di cinquantenni che non ha vissuto direttamente l’esperienza del lager, ma che ogni giorno deve confrontarsi problematicamente con i ricordi dei superstiti, cercando spiegazioni alla loro condizione di “salvati”. Il mio nome è Jamaica non è un libro facile, è fatto di soventi scarti narrativi che intrecciano, con profondità introspettiva, le storie private alla Storia collettiva. Fajardo si arrotola in una scrittura densa, controllata, sapiente, mai scontata, che sa creare mistero e sospensione. Nella sua ricerca di verità giunge alla conclusione che l’unica verità possibile è la ribellione, perfettamente incarnata dalla lucida follia di Tiago/Jamaica.

 

 

 
 
 
 
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