Il mio nome è Shylock

Il mio nome è Shylock
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Ci sono due uomini al camposanto, impegnati in compiti del cuore. Uno è Simon Strulovitch: ricco, furioso e facile all’offesa, fa il collezionista d’arte angloebraica. Non ha pianto a dovere sua madre e adesso prova a farlo. Il secondo è Shylock, infuriato e tempestoso: non dimentica, non perdona. Davanti alla tomba di sua moglie, però, è capace di dolcezza. Meglio non dir niente delle loro figlie, o dei due come padri. Strulovitch non conosce Shylock, o forse lo frequenta da sempre: lo percepisce come un colpo alla nuca improvviso, o uno spiacevole incontro con la peggior parte della sua coscienza. D’altronde la fantasia ebraica non mette limiti alla cronologia e alla topografia: quando Simon era bambino, sua madre diceva d’aver visto Hitler in un negozio e guai a non crederle. Perché molto tempo fa è adesso e un altro luogo è qui…

Il mio nome è Shylock di Howard Jacobson è un imprevedibile e visionario omaggio a Il mercante di Venezia di William Shakespeare e fa parte del progetto “Hogarth Shakespeare” grazie al quale nel 2016, in occasione dei quattrocento anni dalla morte dell’autore di Stratford-upon-Avon, diversi autori contemporanei hanno rivisitato alcune tra le sue più note opere (Margaret Atwood ha reinterpretato La tempesta, Tracy Chevalier Otello, Jo Nesbø Macbeth, Anne Tyler La bisbetica domata e Jeanette Winterson Il racconto d’inverno). Vincitore del Man Booker Price nel 2010 con Un amore perfetto, Jacobson ha una potenza immaginifica degna di Salman Rushdie o del Christoph Ransmayr de Il mondo estremo, che in più sa fondere con maestria alla cultura ebraica. Tuttavia, tra il suo romanzo e Il mercante di Venezia gli echi sono a volte così distorti che è difficile indovinarne la fonte. Più di un omaggio fedele, Il mio nome è Shylock è infatti un’opera di rigogliosa ironia (resa soprattutto nella figura di D’Anton, la controparte contemporanea di Antonio), capace di stimolare un’agrodolce riflessione sui padri (le vere protagoniste sono forse le figlie di Simon e Shylock) e, soprattutto, è una storia nella quale lussureggia in ogni pagina una riverenza intelligente: quella di chi sa che a giocare con il bardo, perdi sempre.



 

 

 

 
 
 
 

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