Il mio paradiso è deserto

Il mio paradiso è deserto
Per Marta Bonifazi tutto pesa. Pesa il suo corpo, fagotto informe e goffo di cento chili che la riempie di vergogna, pesano le grandi stanze affrescate della villa che fu un monastero e ha reperti archeologici in giardino, pesa la madre perfetta che a cinquant’anni ha ancora le gambe magre e toniche di una ragazzina, pesa l’amato e silenzioso Pietro, fratello cui la vita ha riservato ogni successo e una fidanzata bellissima e innamorata, pesa – tanto – il padre Attilio. Il Re di Roma.  Che odio e che amore, Attilio: ha braccia grandi che lasciano intuire passioni nascoste fuori dal parco di casa, protezione offerta volentieri in virtù del proprio indiscutibile, inattaccabile successo. Alla moglie e ai figli ha dato tutto. Perché è il migliore. Si è costruito da solo, forse con qualche aiuto qua e là, ma senza fare debiti. Ha cominciato con il commercio di camion di seconda mano ed è arrivato alle discariche, al business della spazzatura: alto, sicuro, simpatico, sempre abbronzato, è il più ricco, il più potente, il più invidiato. Semplicemente, è. Quando ha incontrato gli inevitabili fastidi delle persone destinate al dominio del mondo (qualche processo, grane disciolte rapide nei tribunali) se l’è cavata bene, niente è riuscito a fermarlo o a incrinare la sua immagine. Non l’ha scalfito neanche l’incidente di Marta che, nella fuga sciocca e forsennata di una notte, ha travolto e mandato in ospedale Lamberto Ciabatti, un giovane che forse non ritornerà a camminare. L’incidente. Marta finge di no, ma ci pensa. Pensa al ragazzo che ha raccontato di avere investito così, perché le andava, pensa al dolore che la devasta e non tace sotto i colpi dei cucchiai di crema ingoiati senza avvertire il sapore, all’amore che vorrebbe ma non trova, pensa al peso che le rallenta i passi in un bagno pigro di sudore molle e rabbioso. Se non ci fosse Lorenzo niente sarebbe leggero: Lorenzo è il suo amico, paziente e affettuoso e pronto ad addossarsi la responsabilità dell’incidente davanti alla Polizia che la arresta. È biondo, glabro, così simile a un bambino appena cresciuto: è l’ombra che la segue, prova a stemperare la sua rabbia, l’odio per Attilio, l’abulia grassa che la domina senza remissione. Non è il suo ragazzo ma forse con lui potrebbe funzionare, forse ciò che li lega non è solo affetto. Marta e Attilio, Marta e Lorenzo, Marta e la sua famiglia ricca, bellissima e felice che il Mensile “Class” immortala in un’estrema, inattesa fotografia che cambierà le cose…
Il mio paradiso è deserto è la storia di tutti nella probabilità di nessuno. È la celebrazione dell’imperfetto torbido e umanissimo in una relazione corale, ma dolorosamente individuale, tra persone che non possono fare a meno di amarsi e non essere capaci di confessarlo. Teresa Ciabatti riesce a ritrarre ogni protagonista con la perfezione della luce che meglio si adatta a ciascuno, entra nell’intimità di Marta, di Attilio, di Pietro per raccontare il preludio e il farsi di una tragedia inattesa, forse immaginabile ma offensiva. Perché nel dolore incompreso di Marta e dei suoi il lettore non può fare a meno di identificarsi, e se è donna l’identificazione è ancora più evidente. Marta è l’imbarazzo alieno di un corpo enorme in una realtà che la vorrebbe magra, atletica, sensuale, profumata di ricchezza. È impossibile essere come lei se sei figlia dell’Ottavo Re di Roma: così grassa, qualcosa in te non funziona. La tragedia di chi può avere tutto e non è capace di afferrare niente. Attilio non merita una figlia così. Non la merita Pietro, con la sua laurea a Oxford e la fidanzata che pare uscita dalle pagine di Vogue Italia, non la merita mamma Luisa (in che cosa ha mai sbagliato?). Nella mia coscienza popolare e popolana, con i riferimenti semplici e veraci di una borghesia che conosce a memoria i primi episodi della commedia agghiacciante del Fantozzi di Paolo Villaggio: “…tutti biondi e belli come i figli di Paola di Liegi…”. Bisogna essere biondi e belli, se si è ricchi. E Marta non ce la fa. La storia dei Bonifazi e di chi con loro vive questo pezzo di storia è un capolavoro. Il libro di Teresa Ciabatti dovrebbe arrivare a migliaia di mani, migliaia di occhi, migliaia di coscienze. Ed è piacere puro di lettura, anche. Mi ha messo la voglia di guardarmi allo specchio e diventare un po’ più forte. Chapeau.

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