Il mistero del Tempio

Il mistero del Tempio

I rapporti tra Roma e la Giudea non potevano più essere idilliaci dopo la famigerata distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta sotto Tito (70 d.C. o, se preferite, e.v.); tuttavia, nel corso dei quarantacinque anni successivi, c’era stato una sorta di equilibrio, una “pace instabile e armata”, complice l’abolizione della tassa etnica chiamata fiscus iudaicus, datata 96, sotto Nerva. Questo saggio provvedimento aveva contribuito a ripristinare l’ordine pubblico in quelle metropoli mediterranee, come Alessandria, Antiochia, Roma e Cirene, dove maggiori e potenzialmente rovinosi erano stati i nervosismi delle comunità ebraiche, post diaspora. Il mondo giudio, a quel tempo, era (come spesso accade) diviso: da una parte, la maggioranza dei rabbi accettava il dominio di Roma, considerandolo parte dei disegni di Dio, pur vedendolo come qualcosa di transitorio; questa visione avallava, sostanzialmente, la possibilità di una convivenza con la civiltà greco-romana. Un’altra parte della comunità ebraica, forse sedotta dall’ideologia messianica, vagheggiava invece una guerra contro le popolazioni greco-romane delle città mediterranee e contro la civiltà romana, in genere, sognando un ritorno a casa dopo l’esodo, con ovvia rifondazione e purificazione del Tempio. Quando Traiano salì al potere, nel 98, si trovò di lì a poco a dover trattare con le comunità ebraiche di Partia, Armenia e Mesopotamia per avere il loro strategico appoggio nelle sue previste campagne militari: peraltro, “da sempre la Palestina godeva di una posizione strategica nello scacchiere orientale, come stato-cuscinetto tra Roma e la Persia; il ruolo delle comunità ebraiche stanziate in territori nemici era ben noto a Roma”. Traiano, forse incautamente, aprì a un rientro degli esuli in Giudea, promettendo la ricostruzione del Tempio, puntando su suoi uomini di fiducia come il ricchissimo Antioco Filopappo. Ottenuto il prezioso sostegno ebraico, conquistati territori con battaglie “senza sangue” (così le definì Cassio Dione; “incruente” per Mommsen), celebrata la simbolica conquista di Ctesifonte (116), morto Antioco Filopappo in circostanze poco chiare, Traiano mutò volto e atteggiamento: assieme al suo generale Lusio Quieto dedicò monumenti spettacolari agli dèi proprio a Gerusalemme; l’accaduto irritò terribilmente gli ebrei, che scatenarono una clamorosa rivolta in diversi territori dell'impero, dalla Mesopotamia all’Egitto, da Cipro alla Giudea, contro tutto ciò che era greco-romano: templi, terme, monumenti. La rivolta venne repressa con una carneficina, spazzando via le comunità cipriote, egiziane e cirenaiche; quando Traiano morì, nel 117, il mondo ebraico festeggiò, salutandolo come “il malvagio”. Nemmeno vent’anni più tardi, Adriano, pure inizialmente accolto dagli ebrei con speranza, completò la distruzione di Gerusalemme e la rifondò come Aelia Capitolina, ribattezzando la provincia “Siria Palestina”. Livia Capponi vuole indagare le cause della controversa rivolta ebraica sotto Traiano, ipotizzando e congetturando strategie politiche dell’imperatore, accorgimenti economico-bancari, retroscena della rivolta, rileggendo la scarsa storiografia d’antan e valutando contestualmente documenti coevi (papiri e iscrizioni) e antichi ed enigmatici testi rabbinici, forte di un nuovo studio sistematico e ragionato delle fonti datato 2005, a cura di Miriam Pucci Ben Zeev: “In gioco” – scrive la Capponi – “non solo fonti classiche greche e latine, ma anche oracoli, testi ebraici, siriaci e armeni di tipo liturgico o trattatistico, papiri letterari e documentari, iscrizioni, reperti archeologici”. Un azzardo considerare come fonte la tradizione talmudica? Stando alla Pucci Ben Zeev e alla Capponi, “si può tentare di usarla come fonte, se non per la ricostruzione cronologica dei fatti, almeno per gli atteggiamenti psicologici e culturali al tempo della rivolta: citando il pensiero di Ernest Renan, ‘nella storia, un documento è di maggior peso quanto meno esso si presenta in forma storiografica’”. E così osserveremo la nuova rivolta passare da una fase iniziale di stasis, cioè di scontro civile tra ebrei e greco-romani, ad Alessandria e Cirene, a uno stadio di polemos, cioè di conflitto aperto tra ebrei e impero romano, cercando di decifrare strategie, ideologie e tattiche...

Pubblicato dalla Salerno nella collana “Piccoli Saggi”, Il mistero del Tempio. La rivolta ebraica sotto Traiano è un saggio di storia romana (e storia ebraica) appassionante e fondato su una documentazione sottile e minuziosa; torniamo a un’epoca in cui gli ebrei combattevano chiedendo “libertà” e “redenzione”, già dalla rivolta del 66-70, mentre i romani pensavano di poter integrare il Tempio nel pantheon come niente fosse, e già avanzavano verso le terre degli antichi persiani (addirittura Parthia Capta, si legge sulle monete coniate da Traiano nel 116). Se è forse avventato considerare “nazionalista” una ribellione di millenovecento anni fa, è probabile che si possa almeno chiamarla “patriottica”: si direbbe che quella ebraica sia stata una rivolta patriottica, simbolica e mediterranea (oggi l’avremmo considerata “transnazionale”). Una rivolta, peraltro, singolarmente “empia”, capace di scegliere con sinistra lucidità cosa distruggere e offendere: per capirci, gli ebrei abbatterono il grande tempio di Zeus Olimpio, a Cirene, più grande dell’Olympieion di Olimpia e del Partenone, così come il tempio di Iside e Ammone a Marmarica; l’intera metropoli di Alessandria dovette essere ricostruita, sotto Adriano. L’iconoclastia giudaica si fondava sul precedente della rivolta maccabaica: altrimenti, si poteva considerare un approccio pericolosamente e simbolicamente inedito, a conferma della disperazione e della difficoltà del momento; la Capponi ricorda, en passant, che autorità ebraiche in campo filosofico come Filone e Flavio Giuseppe sostenevano, forti della Torah, che non si potessero offendere gli dèi degli altri (figurarsi, quindi, abbattere templi e monumenti unici). L’edizione Salerno è completa di bibliografia, di un utile indice dei nomi e di una cartina, destinata a rappresentare i principali centri della diaspora in età imperiale romana. Qualche cenno sull’autrice, la bresciana Livia Capponi: alle spalle un dottorato di ricerca al Brasenose College di Oxford, già lecturer alla Newcastle University, insegna Storia Romana all’Università di Pavia; nel corso degli anni, ha pubblicato Il tempio di Leontopoli in Egitto. Identità politica e religiosa dei Giudei di Onia (2007), Roman Egypt (2011) e Il ritorno della fenice. Intellettuali e potere nell’Egitto romano (2017).



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