Il mistero dell’orto di Rocksburg

Il mistero dell’orto di Rocksburg
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Mario Balzic è capo della polizia a Rocksburg, Pennsylvania. Mezzo italiano e mezzo serbo, la tempra del suo sangue basta a confermare le sue origini. Da qualche tempo combatte con la rogna delle vertenze sindacali, il rinnovo del contratto, le pretese delle istituzioni. Le parti litigano tra loro, Balzic ha la lingua lunga e per difendere i suoi uomini non le manda a dire alla manica di lavativi traffichini seduti intorno al tavolo delle trattative. Fuori dalla centrale scorre la vita lenta di una piccola cittadina di provincia; niente che possa dirsi allarmante, a parte qualche ragazzo ubriaco e problemi di traffico. A spezzare questa monotonia arrivano le telefonate sempre più insistenti e schizzate della signora Frances Romanelli, vecchia conoscenza di Balzic, ex amichetta di infanzia, di quando i loro due padri sedevano sotto un albero a giocare a carte e mangiare peperoncini piccanti. È preoccupata: il marito Jimmy è sparito da casa, un gesto insolito nonostante la depressione incalzante dopo essere stato licenziato dalla miniera nella quale lavorava. Frances è in preda al panico, il marito sparito, il padre che non le rivolge la parola, l’insicurezza che la rode. Jimmy è un uomo violento ed orgoglioso, suo padre un cinico superbo. Lei è incastrata tra i due. E sola. Prova ad essere di aiuto come può, mentre Jimmy rifiuta ogni genere di lavoro che non sia la miniera, si offende se a pagare sia lei e sbotta e si sfoga, la picchia e il padre continua a chiedersi dove sia finita tutta la fatica per darle un’educazione. Ai loro occhi è un fantasma o al più una bambina capricciosa e sprovveduta. Tra una sparizione e l’altra, una sfuriata e l’altra, una partita a carte rabberciata e l’altra, l’unico pensiero di Jimmy non sono tanto i soldi che mancano, gli assegni di disoccupazione finiti, la moglie che si preoccupa e chiama la polizia, ma coltivare un orto di pomodori. È convinto che possano maturare prima, a giugno, contro ogni previsione. E ci riesce. Nella sua vita parallela, nel piccolo crimine in cui si trova invischiato per guadagnare soldi, quei frutti rossi, lucidi e succosi sono un affronto ben più grave e pericoloso che bazzicare col narcotraffico. Quando sparisce per davvero e non ritorna più, Balzic si trova con una gatta bella grossa da pelare. Per risolvere questo caso deve incrociare piste, e solchi…

Il mistero dell’orto di Rocksburg non è una storia originale. Non ci sono frasi da sottolineare e rilanciare, non c’è sfoggio di tecnica. Tutto ‒ tranne i benedetti puntini sospensivi e le parolacce ‒ è ridotto al minimo ed è affidato, salvo alcuni intermezzi narrativi, ad un grande, monolitico dialogo a più voci. C’è uno scarto fortissimo tra lo stile, la trama e quell’elemento di fondo che potremmo identificare con la relazione sottile che ci lega affettivamente alla storia, ai suoi personaggi anche se la scrittura è mediocre. Forse è questa la carta vincente di Constantine: una intimità con il lettore che si stringe su elementi non immediatamente identificabili, immateriali. Sprigiona empatia, misericordia, compassione. Dentro un classico tòpos letterario, accende un contorno di partecipazione che lentamente attira chi legge dentro un ordito che non è trama, ma compartecipazione. Quasi un atto incendiario, rivoluzionario. La forza di tutto non è nella solidità della storia, ma nell’espressività profonda dei personaggi che da soli, col fastidio e la tenerezza, la paura e il tormento, il dramma e la tragedia reggono, con la loro carne, tutta l’impalcatura. Balzic è il prototipo dell’uomo di legge dal trivio spinto, la bottiglia facile, una famiglia con evidenti difficoltà, una innata goffaggine. È anche quel tipico poliziotto che non segue le vie ortodosse per risolvere i casi, che picchia in maniera creativa quelli che gli stanno sulle scatole e tutto l’armamentario del caso. Insomma, è un cliché, ma è un cliché al quale ci si affeziona. Il tratto umano compassionevole lo salva dall’affogare nel mare magnum di ispettori/poliziotti/commissari fotocopia. Tuttavia non è lui il protagonista. Piuttosto, possiamo considerarlo come un Virgilio che accompagna il nostro peregrinare per gironi. Il centro di questa storia è Frances, una donna con problemi di personalità, fragile ed esposta alla ferocia di personalità più solide e più dure della sua. Schiacciata tra un padre cinico che ha la superbia miope e aggressiva del saputo, e un marito violento, incapace di diminuirsi, di non considerare la sua condizione per quella che effettivamente è, eppure superbo nell’ostentare una maturità che non possiede, è la rappresentazione di un dramma che si consuma nel silenzio, che striscia e poi esplode moltiplicando il dolore nell’indifferenza e nell’aridità di sentimenti. È l’emblema dei limiti della legge, dell’ottusità degli uomini, della latitanza della cura, della ferocia della solitudine, della crudeltà delle relazioni umane che tendono a soffocare l’altro, la sua bellezza, la sua diversità.



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