Il mistero della reliquia dimenticata

Il mistero della reliquia dimenticata

È metà ottobre e l’autunno si fa sentire nell’aria, nei colori e nei rumori del vento sulle foglie secche. Da qualche tempo, nel territorio del Comune di Santerio (che ricade nell’area di competenza del Commissariato di Viggiano, uno dei più importanti della Basilicata, dove lavorano l’ispettore Carlucci e il Commissario Lamanna, che si dice abbia “santi protettori” da Potenza fino a Roma), sta succedendo qualcosa di particolarmente strano: le edicole e le nicchie che prima si trovavano ovunque, ognuna con la sua immaginetta sacra, che poi sono sparite piano piano, inghiottite “dal progresso” che le ha messe fuori moda, stanno spuntando ovunque, in campagna. Tutte diverse, ma tutte con gli stessi simboli, almeno così si pensa: una croce, alcune conchiglie, qualche pezzo di legno... Ah, c’è da dire anche che sembra ci sia una sorta di evoluzione, nel senso che ad ogni nuova scoperta sembrano essere più “sofisticate”. L’ultima in ordine di tempo è un vero e proprio altare, apparso ai margini di un sentiero per il campo di Lavitola. Pietre e listelli di legno piantati in una piccola area sgombra, tra il ciglio del sentiero stesso e il bosco. Ha una specie di forma a cubo, è circondato da una balaustra e sopra vi sono poggiati un cappello a tesa larga, un mantello ripiegato con cura, una corona del rosario e le solite conchiglie. Di lato ci sono due ceri che sembrano appena accesi, come se il misterioso devoto veneratore sia appena andato via. Qualcuno appena giunto pensa: “Sarebbe stato divertente se nel momento in cui officiava il suo voto gli fossi apparso io, Belzebù!”...

Tutto fila: i personaggi, i collegamenti epocali, i secoli nei quali Lucio Lobello, principe delle tenebre, fa le sue apparizioni in questo mondo... poi per sbaglio ti cade l’occhio sul retro della copertina che ti svela che in realtà è tutto ciò che crede lui, trentenne ludopatico e tossicodipendente... Onestamente un po’ del divertimento per questa lettura passa, perché, sin dalle prime pagine, una delle curiosità è proprio questa: capire come metterà a posto le cose tra questo suo “ricordare” attraverso i secoli e attraverso gli arcangeli. Non che questo sia determinante nel giudizio comunque positivo del thriller d’avventura di Stefano Santarsiere che ha dato questa piega “à la Clive Cussler” al suo scrivere da un paio di romanzi a questa parte. Peraltro con omicidi ben conditi con l’ironia di un diavolo (un povero diavolo) che nonostante i suoi poteri (almeno così si crede), riesce a farsi imbambolare da una donna, riesce a farsi indirizzare da un prete, riesce a soccombere anche al barista che lo caccia perché sa come vincere al videopoker (ma solo perché ha collaborato alla realizzazione della macchina). E si prova davvero molta simpatia per Lobello, nonostante le sue passioni per l’alcool e per la droga, così intento a dare una risposta agli omicidi solo perché preso in mezzo tra una avvenente giornalista televisiva e il parroco che gli fa sentire l’odore del mistero di antichi documenti, anche se non ne rivela il loro contenuto, né il perché possono essere alla base di quanto sta succedendo a Santerio.



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