Il mistero delle cose

Il mistero delle cose

Un bambino osserva il padre, fiorista di mestiere, chino a lavorare con le sue mani pesanti nel retrobottega della piccola attività che gestisce; dipinge nel buio e nel segreto della notte caratteri calligrafici, immergendo il pennello nella pittura color oro disegna lettere, scritte commemorative riportate con precisione su un nastro da apporre su una corona funebre. Questa è una delle mansioni che compete ad un fiorista, e lui porta a termine il compito con grande concentrazione. Quel giovane osservatore è Massimo Recalcati: avviene così per la prima volta il contatto con l’esperienza della pittura, attraverso la scrittura. Il grande interrogativo di bambino che lo attanaglia mentre scruta questa scena è come mai le scritte per i defunti debbano essere dorate, tanto eccessive, tanto marcate, perché tanta solennità e un colore tanto appariscente per un evento che celebra un accadimento tanto poco festoso quanto la scomparsa di un essere umano, che per di più non si cura ormai affatto dei maniacali dettagli di tale gesto. La risposta che il ragazzo si dà coinvolge i vivi più che i morti: forse le ultime parole pronunciate per un uomo sono quelle che restano, e come ultime devono essere investite di un’importanza particolare. Con una vera e propria sublimazione, in un gesto semplice e materico l’abisso dell’impossibile ‒ la morte ‒ lambisce il reale, il conosciuto. Recalcati cresce, viene a contatto con la psicologia e proprio in Lacan ritrova il gesto paterno che lo aveva tanto colpito, lo ritrova nella riflessione sull’Arte, che altro non è se non il tentativo di circoscrivere, al fine di custodire, l’innominabilità, l’inafferrabilità della Cosa…

Attraverso nove vite, nove ritratti di uomini-artisti questo Il mistero delle cose sottopone al lettore altrettante declinazioni delle modalità di realizzare un salvataggio, quello che l’artista si incarica di effettuare a vantaggio della realtà e della sua essenza irraffigurabile a discapito della sua semplice trasposizione immaginifica. Propugnare “la poetica del reale come alterità inesprimibile”, questa la missione dell’artista che il libro, che mutua il titolo da una definizione di Kounellis, racconta e approfondisce parlandoci di Morandi, Burri, Vedova, Congdon, Celiberti, Kounellis, Parmiggiani, Papetti e Frangi. In modi differenti essi non rinunciano a porsi la domanda che è a fondamento della grande arte di tutti i tempi: si può dare immagine a ciò che non ha immagine? Nel nome di tale interrogativo e non della necessità di dare spiegazione psicoanalitica ai comportamenti dei grandi uomini dell’arte contemporanea, Recalcati non solo pone i meccanismi che la psicanalisi ha studiato al fianco ‒ e non prima ‒ del gesto artistico, dando a quest’ultimo respiro creativo causale e non essenza di mero effetto, ma con grande afflato si pone in prima persona come interlocutore del dialogo intellettuale-artistico contemporaneo chiedendo apertamente all’uditorio se non sia il caso di tornare a porsi quelle domande che hanno fatto grandi personalità tanto diverse del panorama artistico. Da Morandi che rimane fedele all’oggetto senza perdersi nei meandri dei filtri imposti dalla società, a Burri e la ricerca di nuova materia per preservare il reale con forma nuova come icona dell’assenza (definizione di Parmiggiani), ognuno non solo racconta, ma insegna ai nuovi attori dell’Arte contemporanea una sorta di preghiera laica, una disciplina che evidenzia un impegno comune della pratica dell’arte a di quella psicoanalitica: non dimenticare il reale, continuare ad approfondire il suo rapporto con il simbolo e l’immagine, e curarsi della relazione che esso intrattiene ‒ o non intrattiene ‒ con la forma, tutto nel grande disegno di dare un volto all’Assoluto.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER