Il mito di Sisifo

Il mito di Sisifo
Autore: 
Traduzione di: 
Editore: 
Articolo di: 

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”: con queste parole un Albert Camus non ancora trentenne inizia il suo ragionamento. L’analisi del suicidio costituisce l’occasione per una riflessione profonda sul senso della vita, sulla condizione umana, drammatica ed esposta agli strali spietati del “sentimento dell'assurdo”. Il senso dell’assurdo, infatti, può colpire chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. La tranquilla quotidianità non ci preserva dal divenirne vittime, anzi: è proprio nella banalità della vita quotidiana che il senso dell'assurdo trova terreno fertile per radicarsi e, perfino, esplodere. E se lo stordimento ci assale quando guardiamo un elemento naturale, umile pietra o paesaggio che sia, o quando il volto di una persona già amata ci appare ignoto ed estraneo, il momento privilegiato per il manifestarsi dell’assurdo è quello del contatto con la morte: “Sotto l’illuminazione mortale di questo destino, l’inutilità appare”. Una soluzione può essere quella del “suicidio filosofico”, azione che soddisfa la logica, ma non, secondo Camus, il bisogno di vivere, l’essenza della condizione umana che è avida di futuro, di speranza. Vivere allora significa essere capaci di non distogliere lo sguardo dall’assurdo, ma nello stesso tempo di ribaltarne il significato costruendo, attraverso la rivolta, un senso all’esistere. La rivolta, infatti, contrappone la ragione umana all’inumanità dell’assurdo e permette di conservare una coscienza “sempre rinnovata e sempre tesa”...

Il mito di Sisifo afferma per la prima volta una costante del pensiero di Camus: vivere con lucidità, sentire il proprio esistere, essere coscienti della propria libertà e della propria rivolta, possedere “un’anima continuamente cosciente”. La coscienza si contrappone all’assurdo ma non lo cancella, come appunto avviene nel mito che dà il titolo al saggio. Un mito crudele, perché Sisifo è condannato a issare sulla cima di un monte un’enorme pietra che, appena raggiunta la vetta, di nuovo precipita: “(…) questo mito è tragico perché il suo eroe è cosciente. Dove starebbe infatti la sua pena, se ad ogni passo lo sostenesse la speranza di riuscire?”. Sisifo sa che non ce la farà. Egli è il “proletario” fra gli dei, è inerme ma in rivolta, conosce perfettamente la sua miserabile condizione ma non rifiuta il proprio destino. Sisifo è un condannato libero, perché, scrive Camus, “Non c'è destino che non si vinca con il disprezzo”. Questo saggio, pubblicato nell’ottobre 1942, solo quattro mesi dopo Lo straniero, romanzo dal chiaro successo di pubblico e di critica, segna il primo momento di confronto del giovane autore con la filosofia del suo tempo, l’esistenzialismo, contro il quale si avverte talvolta un’intonazione polemica. Ma soprattutto nel saggio si avverte l’intonazione personalissima del vissuto dell’autore e, dietro l’esposizione filosofica e ideologica, si sente palpitare prepotente la passione di un’esperienza di vita.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER