Il modello Cina

Il modello Cina

Esiste un modello cinese? E in cosa consiste? Per capirlo si deve partire dal fatidico 2008 quando negli Stati Uniti nasce una forte crisi finanziaria che mette in ginocchio il gigante americano e poi travolge mezza Europa. Non solo la Cina esce velocemente dal pericolo della recessione, ma dal 2008 al 2011 conosce una crescita straordinaria che la porta a superare il Giappone e a diventare la seconda potenza dell’economia mondiale. Tutto ciò è stato possibile grazie alla combinazione di un capitalismo pragmatico di stampo occidentale e di uno statalismo autoritario. Il Pcc da una parte ha promosso una robusta liberalizzazione del mercato con riforme volte a modernizzare le strutture produttive e finanziarie, dall’altra ha continuato a controllare con la mano di ferro la politica del paese in nome della stabilità sociale. Proprio la mancanza di una democrazia ha paradossalmente consentito alla Cina uno sviluppo intenso e imponente. L’azione dello Stato non è infatti rallentata dalle tipiche pastoie del sistema liberale, fatto di negoziazioni, concorrenze, compromessi e dialettica politica, che fanno perdere tempo impedendo tempestivi interventi anti-crisi. Al contrario può prendere con rapidità decisioni difficili e complesse, spostare risorse, elaborare e realizzare perentoriamente progetti economici. Finora questa ideologia statalista ha pagato perché agli occhi dei cinesi ha significato crescita, più uguaglianza sociale, orgoglio nazionale. Ma c’è da chiedersi fino a quando questo popolo accetterà di vivere senza libertà politiche sottomesso alla soffocante dittatura di un partito monocratico…
Oggi la Cina è una potenza mondiale: ha una popolazione numerosissima, un esercito super attrezzato, una tecnologia avanzata, le sue banche finanziano debiti pubblici esteri, primo fra tutti quello americano. Eppure non ha fatto molti progressi sulla via della democratizzazione, mantenendo un autoritarismo de facto che non ammette dissensi o contestazioni di qualsivoglia tipo. Dopo la repressione di Piazza Tiananmen del 1989 il partito ha avviato una chiusura pressoché completa al riformismo politico, compensandola con l’introduzione di un welfare efficace e con una filosofia nazionalista che esalta la diversità cinese come segno di superiorità sulla cultura capitalista occidentale. Luci e ombre di questo sistema sono indagate da Il modello Cina, un saggio che raccoglie gli interventi di eminenti studiosi di sinologia e di giornalisti effettuati al convegno Dentro il “modello Cina” promosso dalla Facoltà di Studi orientali dell’Università di Roma “Sapienza”. Un’iniziativa editoriale encomiabile, in quanto ha permesso di svolgere una riflessione critica sulle trasformazioni della Cina contemporanea che sempre più ci toccano da vicino. Il “Beijing Consensus” appare in queste pagine meno monolitico di come il Pcc vuole far credere, così come la società cinese si rivela più variegata e anche disobbediente rispetto all’immagine di “società armoniosa” che le autorità governative danno quotidianamente in pasto ai media occidentali. David Shambaugh, docente di Scienza politica e Affari internazionali presso la George Washington University, mette in guardia su quello che “la Cina dice e quello che fa”, sottolineando che ama fare slogan liberaleggianti che vengono puntualmente elusi nella realtà. Allo stesso modo Marina Miranda, professore di Storia della Cina contemporanea all’Università di Roma “Sapienza”, evidenzia come dietro i discorsi del premier Wen Jiabao, sulla necessità di una riforma politica, ci sia la volontà di mantenere lo status quo senza alterazioni di sorta. Se il modello cinese ha mostrato prova di efficienza e di vitalità insospettabili, rimane pur sempre prigioniero di una visione ideologica univoca fondata sul potere di un partito unico, il quale non ammette al momento nessuna apertura libertaria come denunciano gli internauti e il premio Nobel Liu Xiaobo. La vera partita si giocherà nel 2012 al XVIII Congresso del Pcc che dovrebbe segnare il cambio istituzionalizzato di leadership tra quarta e quinta generazione di dirigenti. In questa occasione si potrà capire se il Dragone intraprenderà la strada del riformismo o rimarrà prudentemente sui suoi passi. Decisioni, non dimentichiamolo, che riguarderanno anche noi.

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