Il mondo dei Wardi – I e II secolo

Il mondo dei Wardi – I e II secolo
I Wardi sono un popolo che, come tutti gli abitanti della terra, parla una propria lingua: il wardesano. E, come tutti gli altri, i Wardi si dedicano alla letteratura, alla scienza, alla filosofia, alla poesia, lasciando testimonianze scritte. Che certamente hanno qualcosa in comune con quelle che conosciamo meglio (il sapere greco o latino antichi, ad esempio), nel rapporto con la natura, con la divinità, nelle storie di dinastie che ascendono e declinano, di splendori, di esodi e disgrazie; ma che hanno anche delle loro peculiarità, come la concezione del tempo, dei paesaggi (che non hanno una causa ed esistono da sempre e per sempre) e delle loro “porte”. Leggere i loro scritti è un po’ come rivedere noi stessi, la nostra nascita, come siamo diventati quel che siamo; ma è anche sognare come avremmo potuto essere, quanto grande e ulteriore sia l’umanità che non ci immaginiamo, e quanto abbiamo bisogno di questa diversità per continuare a sperare e a guardare più lontano. Poco importa che i Wardi siano un popolo immaginario...
Un gioiello. Che non è solo un libro: è un’intera letteratura. E, attualmente, questo libro non è soltanto scritto in wardesano: esso è il wardesano, non essendoci altre testimonianze, documenti o uomini parlanti questa lingua. Uscendo per un attimo dal gioco meraviglioso e titanico imbastito da Werst, c’è qui un’antologia di scritti diversi (in versione bilingue: wardesano-italiano, tutti aperti da un’introduzione), dalla narrazione storica a quella mitica, dall’invocazione alla poesia, dal saggio al canto, dal trattato di morale a quello di metafisica; una grammatica del wardesano; un dizionario; un esempio di traduzione. Più di 550 pagine di spettacolo pirotecnico e finissimo, che attinge a certa filosofia interculturale (impossibile non pensare alla “parola creatrice di realtà” di Raimon Panikkar) e ha il pregio di porre in primo piano l’importanza della pluralità linguistica, sintetizzata in una riflessione: ogni quindici giorni una lingua si estingue e scompare, e con essa un modo unico, irripetibile, di concepire la realtà e di viverci. Può non sembrare grave come il disastro climatico o la crisi economica. Ma è qualcosa che ci rende comunque più poveri; anzi, più miseri. Sarebbe ora di cominciare a pensarci sul serio.

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