Il morso della reclusa

Il morso della reclusa
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L’Islanda era certo più congeniale alle sue nebbie, ma da Parigi, la città di pietra, è arrivato un messaggio ad interrompere la vacanza che si era preso con suo figlio, dopo aver risolto un caso complicato che lo aveva condotto in quella fredda terra di mare e vento. Il richiamo dal XIII arrondissement è arrivato proprio mentre Adamsberg se ne stava sul porto a pensare a come il suo cellulare fosse finito negli escrementi di una capra che poi lo aveva calpestato con uno zoccolo. “Un modo inedito di perdere il cellulare, e Adamsberg l’aveva apprezzato come meritava”. Tornato in commissariato, i suoi uomini gli hanno raccontato dell’indagine, ma già durante il volo Reykjavík – Parigi si è letto il fascicolo che riguarda la vittima, una bella donna investita dal suv del marito una sera, dopo la chiusura della sua lussuosa boutique per bambini. Il marito, avvocato tanto rampante quanto antipatico e spocchioso, accusa un arabo che sostiene essere da tempo l’amante di sua moglie. Al commissario però non serve tanto per capire come sono andati i fatti, e così può occuparsi di una delicata questione che riguarda uno dei suoi uomini e che non deve trapelare per nessun motivo; nessuno deve saperne niente, e nemmeno lei stessa, Froissy, uno dei suoi agenti più fidati che adesso a causa di quello che le sta accadendo continua a dimagrire a vista d’occhio, saprà mai che è stato lui a sistemare ogni cosa. Ma c’è quella storia dei tre anziani morti nel sud della Francia, uccisi dal veleno di un ragno, la Loxosceles Reclusa. Gli esperti sostengono che si tratti di casi isolati, perché il pur pericoloso veleno necrotico di quel ragno non potrebbe mai uccidere un uomo iniettato con un solo morso; inoltre il piccolo aracnide è per natura timido e pauroso e ha abitudini tranquille, si nasconde e morde soltanto in casi eccezionali. Nei forum in rete, però, cresce il panico e si diffondono sempre più voci di veleni animali potenziati pericolosamente dai pesticidi e dal riscaldamento globale, insieme ad altre teorie assurde. C’è qualcosa, tuttavia, che a Jean-Baptiste proprio non quadra, capisse bene cosa saprebbe spiegarlo alla sua squadra che pare particolarmente ostile ad assecondare le sue nebbie. Tra tutti il più ostinato è il suo più vecchio collaboratore, il capitano Danglard, che si comporta in maniera incomprensibile e sembra pronto addirittura a denunciarlo ai superiori. Ma i proto-pensieri e le bolle che vorticano nella sua testa non danno tregua ad Adamsberg, sa che deve seguire la sua reclusa anche se questo significa rivolgersi ad un vecchio amico psicoanalista, sa anche deve sforzarsi di leggere nella tela, o meglio nel veleno, di quei ragni. “È un’indagine che sprofonda negli abissi, quelli del passato come quelli della mente. Molto difficile, ho appena mangiato la polvere”. Poi emerge che i tre anziani si conoscevano fin da bambini…

Con il nono romanzo della serie dedicata a Jean-Baptiste Adamsberg, è tornata finalmente Fred Vargas, la regina indiscussa di quello che i francesi definiscono polar - nato dalla fusione dei termini poliziesco (policier) e noir –, genere dalle tinte cupe nei quali i poliziotti protagonisti seguono percorsi personali catartici. Periodicamente fa clamore in Europa una morte accidentale presumibilmente a causa del morso del cosiddetto Ragno Violino, una delle varianti della specie Loxosceles scelta dalla scrittrice francese come protagonista di questa sua nuova storia. In realtà la specie più letale vive negli Stati Uniti orientali, mentre quella europea ha davvero poche possibilità di essere mortale, nonostante il veleno sia effettivamente emotossico e micidiale in quanto necrotico. Intorno a questo piccolo aracnide Vargas sviluppa una trama originale, intrigante, ricca di sottile ironia ma anche di delicata poesia, di rimandi – come sempre – a storie del passato, antiche leggende, gustose curiosità, e – come sempre – persino accenni a ricette o a piatti particolari, al punto che puntualmente si è tentati di cercarli e persino provarli. (Così, da un libro di Vargas, chi scrive, ha scoperto e gustato per esempio il Pollo alla catalana; questa volta vi troverete invece ad “indagare” sulla Garbure dei Pirenei, la conoscete?) Il lettore è come sempre rapito non soltanto dalla trama, ma soprattutto dalla scrittura e dall’atmosfera capaci di evocare odori, colori, fino a sentire ogni cambio di vento tra gli alberi, ogni emozione che muove i personaggi e in particolar modo Adamsberg e i suoi uomini, il vecchio amico Veyrenc che viene come lui dai Pirenei, la dolce Froissy con le sue manie e la sua capacità di scovare ogni cosa in rete, Estalère che venera il suo capo, la giunonica Retancourt “la quercia celtica” su cui contare sempre, il coltissimo Danglard e tutti gli altri fino al sonnacchioso gatto Palla e ai merlotti appena nati dalla coppia di merli che hanno fatto il nido sull’albero del commissariato e che la squadra deve sfamare. Sempre più visionario, per la seconda volta Adamsberg subisce l’ostruzionismo dei suoi uomini e ne soffre; ma stavolta c’è qualcosa di più grave che insidia la sua autorità e si spinge nel passato, come la stessa indagine che si dipana all’indietro nel tempo tra storie terribili di vendetta, di orrore, di reclusione, di medioevo, di stupri, di vessazioni, di dolore. Il colpi di scena e le svolte improvvise non mancano in questa storia intricata raccontata con quella scrittura di Fred Vargas sempre elegante, colta e raffinata. La psicoanalisi si confonde con l’aracnologia, campi entrambi affascinanti e inquietanti come pochi, e la consueta attenzione ai particolari e alla psicologia dei personaggi fanno il resto. Da segnalare la gustosa presenza a sorpresa di uno degli “evangelisti”, altri personaggi amatissimi di questa autrice. Leggere questo romanzo ha come unico effetto collaterale la malinconia difficile da far svanire per averlo terminato. Fred Vargas scrive un libro in media ogni tre anni. Sarebbe bellissimo se la prossima attesa fosse più breve.



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