Il mostro della piscina

Il mostro della piscina
È una torrida giornata d'estate: i contorni delle cose ballano ammorbiditi dal calore. Avete deciso di passare la mattina alla Tropicale Nera, piscina di tutto rispetto anche se un po' lugubre, data la sua vicinanza con il cimitero. Ve ne fregate: tutto ok finché i morti non si tuffano dal trampolino. Unti come una fettina di carne fresca di frittura vi sdraiate ad aspettare che il sole vi rosoli. Una tipa da copertina (tante curve, molto biondo e labbra che sospirano troppo spesso) se ne sta sola soletta in un angolo. Aspetta voi? Vi fate timidamente avanti e non ci vuole poi molto perché finiate a consumare il vostro amore improvvisato nei box delle docce. È in quel momento che l'idillio si rompe: dalla piscina emerge un inspiegabile mostro di squame che fa strage degli astanti, colora l'acqua con il sangue degli sfortunati e inizia a giocare a biglie con le teste di chi si è trovato troppo vicino alle sue fauci. Tette o no, l'imperativo è la fuga: prendete per mano la vostra bella e ve la squagliate. Nel tentativo disperato di portare la pelle a casa notate che le mostruosità aumentano ad ogni passo (ragni, serpenti e altre creature invadono la vostra vita che filava più o meno liscia), ma le stranezze non amano vestire abiti scontati: se il rude Gio potrà aiutarvi nell'impresa, l'incontro con Andy, l'inquietante ragazzino con il lecca lecca, potrebbe portare brutte sorprese... e se l'improvvisa pazzia del mondo fosse solo il disegno (mai termine fu più adatto) di un essere superiore? Non può essere così semplice...
Partito da ottimi presupposti, Marco Candida si perde nell'esecuzione e tira fuori dal cilindro un'opera che sarebbe stata di gran lunga più godibile se raccontata da una scrittura più consapevole. Gli intenti sarebbero evidenti anche se l'autore non si fosse preoccupato di esplicitarli (abbastanza inutilmente) nel testo: l'ispirazione di stampo “pulp, molto pulp, pure troppo” e l'occhio strizzato alle dinamiche da B-movie non trovano compimento perché Candida inventa poco sulle regole del genere, si limita a seguirle pedissequamente (dalla definizione nebulosa delle psicologie dei personaggi fino ai metainterrogativi sull'appartenenza a un universo finzionale tanto che “sembra quasi di essere in uno di quei film di nicchia”) senza tentare di sovvertirle o scuoterle, se non intingendole in una vena letteraria un po' dubbia che arriva a scomodare Pirandello. Se c'è qualcuno da citare, forse, è il mai troppo sopravvalutato Tarantino: genio puro quando non sopraffatto dalla svogliatezza. A diversi livelli, Candida cade nello stesso errore: Il mostro della piscina avrebbe potuto dare molto di più attraverso uno studio del linguaggio opportuno e una scelta stilistica maggiormente marcata, o quanto sarebbe bastato per renderla visibile. Il problema è quindi di scrittura (lo stesso, ad esempio, che allontana il fantastico Le iene dall'inutile A prova di morte); quando ci si affida troppo agli stereotipi del genere si dà l'impressione che senza l'aiuto dell'impalcatura non ci sarebbe potuta essere creazione intellettuale: figurarsi cosa succede nel momento in cui si demanda il nocciolo della questione ad un genere i cui stereotipi si basano sull'uso massiccio di stereotipi. Non se ne esce se non attraverso uno spiccato talento nel mettere le parole in fila (o nello scegliere le giuste inquadrature) che non può accontentarsi del senso compiuto ma deve ricercare, per stupire, nuovi modi di raccontare secoli di storie già viste. Purtroppo per Candida la conoscenza del mezzo è da affinare; la scrittura, tuttavia, è in buona parte esercizio lucido e ragionamento ipercritico: per questo, forse, il prossimo tentativo potrà, tecnicamente e finalmente, rendere giustizia a una buona storia.

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