Il mulo

Il mulo
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James e Kate si sono conosciuti all'apice della loro carriera. Lui, reporter freelance in ascesa, è appena riuscito a pubblicare un pezzo su “Playboy” e riceve inviti per tutti gli eventi più esclusivi. Lei, dopo dieci anni di gavetta nei grandi magazzini, è stata promossa direttore generale del negozio in centro Metropolitan Apparel. Soldi, successo, amore. Sembra l'inizio di un sogno. In realtà è il prologo a un mare di guai. La crisi economica è quella dei giorni nostri e gli Stati Uniti d'America non ne sono immuni, anzi. James perde il lavoro e con lui Kate, “colpevole” di aspettare un bambino. Ufficialmente la causa è la sua “incapacità a dirigere il personale con efficienza”. Con i soli 375 dollari del sussidio di disoccupazione, Austin non è più una città alla loro portata. Conviene trasferirsi più a ovest, nel nord della California, dove i genitori di Kate hanno trovato per loro una modesta baita in una cittadina di montagna di nome Dunsmuir. È qui, nella tranquillità dei boschi e nello scorrere dolce di fiumi pescosi, che i due vengono a contatto con il kush. Non marijuana comune, ma quella di più alta qualità. La coltiva, in abbondanza, un vecchio contatto di Kate, che qui è cresciuta. Se volesse potrebbe comprarla a un prezzo ridicolo. Ma a Austin quanto potrebbero sganciare per mezzo chilo di quest'erba? E in Florida, dove la madre di James vive e sarebbe felice di ospitarli?...
Il “mulo”, secondo la terminologia in voga tra spacciatori e trafficanti, è chi, per conto proprio o di altri, trasporta qualsiasi tipo di droga da un luogo a un altro. Maggiore è la quantità di droga trasportata, maggiori sono i guadagni, ma anche i rischi. Secondo alcuni è un lavoro facile: si nasconde la roba in un borsone, la si carica in macchina e si guida per ore, giorni a volte, tra migliaia di altre auto, fino a quando non si arriva a destinazione e si incassa quanto pattuito. Quasi sempre un sacco di soldi. Nella sostanza le difficoltà hanno nomi precisi: polizia, squadre antidroga, infallibili unità cinofile. Ma, soprattutto, la paura e l'incapacità di saper dire basta. Scritto magistralmente dalla prosa rapida e giornalistica di Tony D'Sousa, Il mulo è un romanzo appassionante e realista che riprende e aggiorna il tema della strada tanto caro alla letteratura (e alla cinematografia) americana adattandolo al contesto della grande crisi contemporanea. La consolidata, accattivante veste grafica dell'editore ISBN suggerisce già dalla copertina quali sono gli aspetti di maggior forza: grande tensione psicologica e una lacerante questione morale che sottende agli eventi narrati. Denaro, armi, motel fatiscenti, cartine invecchiate e ritratti di famiglia compongono un mosaico in cui il confine tra giusto e sbagliato è troppo sfumato per essere determinato. Il contesto contemporaneo, le difficoltà estreme di una recessione che coinvolge anche di chi è al di qua della pagina accompagnano la lettura con la sensazione, e costante il timore, che quanto narrato possa accadere a chiunque. Non si tratta soltanto di fiction. La chiave di lettura del romanzo è esplicita fin dai primissimi capitoli: quella di James non è una scelta, ma una costrizione inflitta dalla società di cui fa parte. Fare il mulo lo trasforma nei fatti in un delinquente ma non ne cambia il giudizio morale del lettore che, anzi, inevitabilmente simpatizza per lui e lo segue nei suoi continui spostamenti con la convinzione che in ballo ci sia qualcosa di più della squallida accumulazione di denaro. È piuttosto il tentativo disperato, e sin da subito destinato a essere tragico, di riprendersi la propria di dignità di uomo, padre e cittadino degli USA. 

 

 

 

 
 
 
 
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