Il museo dei fetidi

Il museo dei fetidi
Oh, sì, ci avrebbe pensato Ljusja a fare di Andrej un vero uomo! Questo gli ha detto il giorno prima delle nozze. Dice tante cose, lei, anche che “non bisogna fidarsi di quello che passa per la testa quando si sta chiusi a chiave in casa”, citando una canzone sovietica per bambini. Passano quattro anni e Ljusja non è riuscita nel suo intento: Andrej è senza speranze. Occhialuto, magrissimo, timido, docente di letteratura anglo-americana, nipote del noto critico letterario Žirmunskij, Andrej corregge mentalmente le citazioni della moglie ma senza osare dirglielo. Ai locali notturni, dove si sta seduti a farsi il culo grosso, preferisce i chioschi, dove si può sperare in una conversazione a cuore aperto,  non ostacolata dal frastuono della musica. Ora Andrej ha quarant’anni, un matrimonio finito alle spalle, un lavoro come insegnante, e forse una nuova relazione. È tempo di bilanci. Racconta tanti piccoli episodi della sua infanzia, emblematici per capire l’uomo che è ora. Come quella volta in cui è arrivato tardi alla lezione di ginnastica, ci mette sempre tanto a prepararsi per sciare, e non ha sentito che la pista è impraticabile perché una centrale termica ha sversato dell’acqua bollente, facendo sciogliere il ghiaccio: il risultato è stato un bel bagno nello stagno, a lottare contro i lastroni di ghiaccio con una temperatura di -10°C… Non si può certo dire che abbia autostima da vendere, Andrej, al quale fin da piccolo hanno ripetuto che non avrebbe mai concluso niente di buono, e non sarebbe mai diventato indipendente. Dal suo monolocale a San Pietroburgo, in Piazza del Coraggio (quasi a prenderlo in giro!), osserva la città: sì, decisamente il desiderio di Pietro il Grande, di fondare una città che fosse una finestra sull’Europa, si è realizzato. Con tutti i cartelloni pubblicitari in lingua straniera, i centri commerciali, le auto straniere, sembra di aver addirittura superato l’Europa ed essere arrivati fino all’America! E osserva la sua infanzia, dominata dalla paura. Un giorno, un suo compagno di classe gli fa notare che ogni volta che sta per dire una parolaccia si guarda intorno. È vero, ma, si giustifica, la mamma gli ha detto che è vietatissimo dire le parolacce davanti alle bambine! Il papà, invece, non fa altro che chiamare il figlio idiota, perché è sempre ottimista e di buon umore. Ah, se solo la sua vita fosse più leggera! Ma perché deve sempre prendere maledettamente sul serio ogni cosa?...
Nel museo della Kunstkamera di San Pietroburgo c’è un’ampia sezione dedicata a feti deformi conservati per incoraggiare la ricerca e per sfatare il timore superstizioso dell’alterità. La traduzione del titolo conserva la storpiatura dell’originale (Skuns-kamera, dove “skuns” sta per “puzzola”). Come sviscerato nella bella introduzione di Galina Denissova, Il museo dei fetidi è un libro sulla paura che ci opprime anche da adulti. “La gente nasce, cresce e si forma all’interno di una cultura che inevitabilmente si trasforma in una gabbia. Le nostre tradizioni, credenze, usanze native ci dominano, agiscono sulla nostra vita in modo assolutamente autoritario, spesso portando via ogni boccata d’aria fresca, e, di fatto, plasmano attorno a noi una specie di cella piena di idoli e idee imposte”. Nel 2011, Skunskamera ha vinto l’edizione online del Premio Nos, che segnala le migliori opere della narrativa russa. Nel novembre del 2012, il libro ha vinto il Premio Russia Italia come migliore opera di traduttore emergente.

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