Il museo della lingua italiana

“Il Museo della lingua italiana – un museo stabile, aperto al pubblico tutto l’anno, realizzato in modo da celebrare la storia, l’importanza, la ricchezza, la bellezza della nostra lingua – è rimasto un progetto irrealizzato… Questo libro è un modo per cercare di realizzare quel sogno”. Un museo di mattoni, una memoria tangibile dove entrare e vedere. Una costruzione a tre piani, distribuiti con un criterio cronologico: al primo piano l’italiano antico, al secondo l’italiano moderno, il terzo e ultimo dedicato all’italiano contemporaneo. Ogni piano cinque sale, ogni sala quattro oggetti rappresentativi perché “Attraverso la lingua, infatti, non passa solo la cultura intellettuale di un popolo: passa anche – in un certo senso, soprattutto – quella materiale”. E allora troviamo, all’inizio di questo museo per ora virtuale, il “Sì” della Piaggio, ciclomotore che per i cinquantenni di oggi rappresenta l’adolescenza perduta. In questo caso ha anche una potente forza simbolica che riguarda espressamente la lingua italiana. Quando l’Italia era ancora una serie di frammenti di territorio, Dante decide di dare un senso di collettività, definendo gli italiani, nel canto trentatré dell’Inferno, le “genti del bel paese là dove ‘l sì suona” e ancor prima, nella Vita Nuova, citava “li primi che dissero in lingua di sì”. Inoltrandosi nella prima sala ci si trova di fronte a quello che viene considerato, secondo un buon numero di studiosi, il primo o comunque il più antico esempio della nostra lingua. Si tratta di un graffito, ritrovato a Roma nella catacomba di Commodilla, datato tra gli anni 800 e 850…

Questo libro del linguista Giuseppe Antonelli è una delle cose più magiche che mi sia trovata ad aprire. Tutto è stabilito nei dettagli: cosa, come, e soprattutto perché. Ogni lingua, in questo caso la nostra, non è fatta solo di parole, o meglio, le parole della lingua non sono solo segni, sono sì contenitori di significato ma anche di tutto ciò che caratterizza una cultura, nel più esteso senso etnoantropologico. Non basta la memoria dei libri, sparsi nelle biblioteche pubbliche o personali, serve una mentalità di memoria fissa, inamovibile, in particolare in un paese come il nostro in cui il senso della nazionalità (attenzione, non si tratta ovviamente di nazionalismo), di unità necessiterebbe di un buon tonico; non siamo italiani solo quando vengono minacciati i nostri confini, prima dopo sono avverbi che ci distraggono dal nostro essere cittadini di un sol Paese. Non sono sufficienti le mostre seppur importanti, come quella che Antonelli ha realizzato nel 2003 insieme a Luca Serianni (a cui questo libro è peraltro dedicato) agli Uffizi di Firenze, che proponeva un “repertorio” simile. La nostra lingua non si merita forse un luogo proprio dove poter riposare tutte le sue ricchezze? Sì, l’unica risposta prevista. Godiamoci, godetevi questo libro pieno, senza nozionismi, scritto da chi ha rispetto non solo per la lingua ma anche per il lettore.

 


 

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