Il nemico

Il nemico
Un’orazione funebre, un’apologia, uno struggente definitivo saluto a un padre amatissimo ma ignorato da Dio e poco considerato dagli altri uomini. Un padre che ha passato trentaquattro anni e cinque mesi in fabbrica, a respirare quella polvere di legno che gli intaserà irrimediabilmente i polmoni, a consumarsi i polpastrelli sul nastro di carta vetrata da cui prelevava i pezzi di legno che poi sarebbero diventati delle sedie. Gesti meccanici, ripetuti con una dolcezza e una rassegnazione che rasenta la santità. Le mattinate friulane livide di freddo in sella a uno sgangherato Benelli per raggiungere la fabbrica, le corse in bagno fra gli insulti del padrone, il pranzo consumato in uno spazio comune e fatto di cibi riscaldati nella gavetta tuffata nell’acqua bollente. Una sosta all’osteria prima di rientrare a casa e prepararsi a una notte di poveri sogni. Un padre che ha dedicato la propria vita alla segatura. Un padre che diventa figlio, nel ribaltamento imposto dalla malattia, mentre suo figlio, lucidissimo nella propria disperazione che dura da una vita intera, non smetterà mai di gridare all’indirizzo di un Dio indifferente, l’amore per quel padre. E alla fine, come estremo saluto, come eterno contatto d’amore, il figlio sceglierà il silenzio, che è la lingua insegnatagli dal padre, la lingua dei pesci, una lingua che non si parla. La stessa lingua parlata, da sempre, da Dio. Anche Marta, la sposa con le gambe di gazzella, ha scelto da tempo il silenzio. Lei non può avere figli e così ha lasciato che le parole si pietrificassero nella sua bocca come il suo ventre. Suo marito è diventato il fedele custode di quella sterilità. Lui è un ex sacerdote, uno che ha disperatamente chiesto, ma non ottenuto, la grazia di Dio. Adesso la loro vita deserta è fatta di piccoli gesti, di minuzie che servono solo a mascherare l’orrore per non essere riusciti a fare entrare Dio nelle loro esistenze. Lui e la moglie sono ombre, fantasmi silenziosi prosciugati di vita che, ormai, anelano soltanto all’estinzione…

Il nemico è composto da due racconti lunghi, due memorie del sottosuolo disperate e struggenti. Sarà per questo che la scrittura di Tonon sembra innestarsi e prendere forza proprio alle radici del dolore umano: la morte, l’impossibilità di dare la vita, l’urlo contro un Dio maestosamente assente. Sarà per questo che risulta una scrittura così poderosamente vera. Tonon dà forma a pensieri e personaggi che commuovono e inquietano. È come se prendesse la testa del lettore e la spingesse giù, dove quasi più nessuno ha voglia di guardare. E quello che fa vedere è il mondo essenziale del dolore, descritto con una prosa a volte poetica e frusciante come le vesti candide degli angeli, altre volte acida, stridula e cattiva come le grida di chi ormai non ha più nulla da perdere. Parole ispirate e male parole. Atti devoti e atti inconsulti. Tutto per rendere magistralmente il senso di una preghiera biascicata con livore, ma dietro la quale si nasconde il disperato bisogno di un Dio “così disgustosamente immenso che non siamo mai riusciti a farlo entrare nei nostri bicchieri di vino.” Emanuele Tonon, giovane autore goriziano che si definisce teologo-operaio, ha scritto un “romanzo eretico” la cui lettura ha rappresentato un impatto e un’emozione che difficilmente riusciremo a dimenticare.

Leggi l'intervista a Emanuele Tonon

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