Il nome dell’isola

Masello rimase lì, abbabbando di fronte a quella distesa color vinaccia che era il mare, quasi come fosse innaffiato dal sangue dei martiri che in quel fazzoletto di Sud che è il Tacco hanno spesso trovato la morte. Quante storie si sentivano dire sul conto dell’Isola di Pazze, uno scoglio di duecento metri fra Ionio e Adriatico, e in particolar modo storie che cercavano di spiegare l’origine di quel nome così evocativo ed enigmatico. Erano talmente tante e talmente ingegnose che nessuna riusciva a esaudire il suo compito appieno. Masello, lo scultore – poteva definirsi tale un semplice artigiano che faceva statue di cartapesta, e che quindi non intagliava, non cesellava, non liberava della roccia in eccesso le forme già presenti nei blocchi? – si incantava a guardare le dispute quasi rissose che sorgevano fra i tre vecchiarazza Luigi Za, Melo Memmi e Fedo Sanapo. In piazza mettevano su un vero e proprio spettacolo teatrale, sempre uguale eppure diverso e godibile. Il primo a parlare era il più vecchio dei tre, Luigi Za, che sosteneva che la denominazione fosse una sua invenzione, dovuta a una battuta di pesca in cui aveva preso uno spada e una spadessa, e narrava una storia d’amore ittico che ancora lo commuoveva. Melo Memmi, con il bel parlare degno di un erudito e prendendo il racconto alla lontana, asseriva che “Pazze” fosse una storpiatura di “Pace”, con riferimento a una pace firmata proprio sull’isolotto, secoli e secoli prima, dopo la guerra che era sorta fra messapi e tarantini. Fedo Sanapo era invece convinto che il racconto di Melo fosse troppo lontano nel tempo e poco verificabile, mentre lui aveva sentito la verità dalla bocca di Ninetto Cazzamendule, e per lui l’origine del toponimo era molto più semplice…

Il nome dell’isola di Fabio Greco, romanzo che ha concorso al Premio Calvino risultando molto apprezzato dalla giuria, in origine aveva il titolo di Genti a cartapesta. Come risulta chiaro, il titolo scelto in origine puntava l’attenzione sull’attività del cartapestaro Masello, il personaggio per mezzo del quale possiamo avventurarci in queste belle pagine. In fin dei conti è ben difficile trovare una storia, ma si incrociano piuttosto una pluralità di storie e di anime, una serie di sfaccettature del Sud, un Sud non proprio da cartolina, non quello delle vacanze del turismo di massa, ma legato a un mito ancestrale, a una civiltà antica. Quello che Greco ci consegna sembra, più che un romanzo, un affresco ottenuto con colori sgargianti, un affresco tenuto insieme dalla sguardo di Masello ma allo stesso tempo quasi scisso al suo interno in una miriade di storie, a loro volta incastrate l’una nell’altra con il sovrapporsi di diverse voci narranti. A questa apparente e suggestiva scissione del punto di vista rimedia il narratore, che tiene salde in mano le redini, e che padroneggia in maniera rassicurante la vicenda. Il lettore deve quindi essere preparato a un continuum di vicende reali o presunte tali, inventate o che si intersecano con la storiografia di Erodoto e Tucidide, un mix ben congeniato di invenzione dell’autore e vicende che se non sono vere sono quantomeno verosimili. A far brillare Il nome dell’isola e a restituirgli compattezza c’è l’accattivante linguaggio scelto, nel solco del mistilinguismo molto in voga nella letteratura meridionale. L’isola è sempre lì, immobile, unica costante in un viavai di personaggi e di storie, unico cardine imprescindibile con una storia meridionale “rinfrescante e gioiosa” per usare le parole di Antonia Arslan.



 

 

 

 
 
 
 

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