Il nostro caro ragazzo

Il nostro caro ragazzo
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A Parigi Guy si sente leggero. Può finalmente esprimersi in una lingua di cui conosce ogni sfumatura e soprattutto non è costretto a interpretare l’eterno ruolo dello straniero. Allo stesso tempo il suo accento non è più un argomento di conversazione perché Guy è semplicemente un francese come tanti. Vengono meno la sua principale conquista – l’abilità nel parlare inglese (che comunque parla meglio di quanto non riesca a capire) – e la stranezza della sua identità di francese nel continente americano. È banalmente un bell’uomo in una città affollata di uomini belli, sempre che piaccia il genere pelle e ossa con grandi nasi. I parigini si spiano continuamente, ma sono molto più incuriositi dalle scarpe che dalla disponibilità erotica. Cade spesso una pioggia fitta che però non dura a lungo, e da cui ci si può sempre proteggere tuffandosi sotto uno degli ampi tendoni parasole dei locali oppure correndo da un caffè costoso a un negozio ancora più costoso. È difficile credere che solo due settimane prima fosse steso su una sdraio, esposto al tiepido sole di settembre. Andrés alloggia con lui al Crillon in una stanza che affaccia su Place de la Concorde, una “piazza” solo in astratto, in realtà un vastissimo spazio, ma curiosamente aperto su tre lati. Ad Andrés piace fare sesso almeno cinque volte al giorno. Forse perché Guy gli ha resistito per tutta l’estate limitandosi a fissare quelle gigantesche erezioni nel suo Speedo verde, che, una volta liberate, sembrano insaziabili. Si baciano così spesso e a lungo che le labbra di Guy sono diventate rosse e gonfie, e un giorno è stato costretto a ritrarsi perché l’indomani mattina avrebbe avuto una sessione fotografica. Ma per Guy è davvero un piacere purissimo stendersi sul letto accanto a quel giovane slanciato e innamorato. Andrés ha una specie di macchia pelosa, quasi un marchio, sul petto magro e scolpito. Guy riesce persino a cingerlo con le sue sole mani. Sembra l’abbiano allungato, come un Cristo ricavato da un blocco di cera, benché flessibile come una canna. Ha un odore vagamente acre, come quando il forno, vuoto ma ancora acceso, brucia il residuo di cibo fuoriuscito dalla teglia del giorno prima…

Guy è bellissimo. Ha due fratelli nati con ogni probabilità da altrettanti stupri coniugali ai danni di una donna maltrattata oltre ogni dire. È originario di Clermont-Ferrand. Ha una madre religiosissima e un padre che ama il vino rosso ed è un ex operaio comunista della Michelin. Il suo splendore fisico, la sua altezza, le labbra carnose, gli occhi color miele bruciato sono il suo passaporto per il successo, la ricchezza, la bella vita. Un agente lo nota e lo fa diventare una star nel campo lucente e mercificante della moda. Viaggia per il mondo: Parigi, Milano, New York. I fotografi e non solo impazziscono per lui, per la sua aria innocente. In realtà le venature ambrate delle sue iridi, che si vedono solo se risplendono al sole, celano una notevole dose di malizia. È consapevole, sempre più col passare del tempo, del suo potere, anche perché, come Dorian Gray, non sembra invecchiare: arrivano gli anni Ottanta e lui continua, nonostante abbia più di trent’anni, a sfilare. A fare sesso in maniera più che libera. A sedurre. A essere meraviglioso. Lo chiamano “il nostro caro ragazzo”, come Colette diceva di Proust morente. Ma quello che invece viene chiamato il cancro dei gay è ormai una realtà, che spaventa, atterrisce, genera psicosi. Edmund White con una prosa brillantissima, fluida, chiara, ammaliante, potente, elegante, policroma, dolente, tragica, sardonica, mai retorica, credibile, capace di tratteggiare con assoluta compiutezza sia il lirismo che lo squallore e abilissima nel caratterizzare pienamente la normalità della specificità, nonché ambienti, sentimenti, situazioni e personaggi, riproduce con la nitidezza di una fotografia di moda, ma senza patinature superflue, lo spirito del tempo degli anni Settanta e Ottanta del secolo breve, quando la cruda verità ha riportato bruscamente con i piedi per terra chi, persino nella terra delle opportunità, riteneva che il benessere potesse essere sfruttato senza responsabilità e solo per puro edonismo.



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