Il nostro uomo sul campo

Il nostro uomo sul campo
Tin è un giornalista Jugoslavo, vive a Zagabria con la sua fidanzata Sanja, aspirante attrice. Di natura è rockettaro e anche un po’ provincialotto, venendo dall’interno del Paese. Dopo la guerra arriva il momento di mettere quasi la testa a posto, mette da parte le scorribande, le sbruffonate in divisa, tira fuori dal cassetto quei due o tre esami dati a forza durante gli studi di economia e si siede non del tutto comodamente alla scrivania di uno dei due più diffusi settimanali del Paese. Con Sanja, acclamata dalla critica che le prospetta un futuro cinematografico e teatrale brillante, le cose funzionano bene a tal punto da pensare di acquistare casa assieme. Sono gli anni della guerra in Iraq e per il PEG (questo il nome della rivista) sarebbe il top avere un inviato sul posto. Tin riscopre, dopo pressanti insistenze della zia Milka, suo cugino Boris, che è pazzo, coi neuroni fulminati dalla guerra. Però conosce l’arabo ed è in cerca di un lavoro. L’uomo della provvidenza, insomma. E lo raccomanda. Solo che una volta lì Boris inizia a mandare reportage allucinati che Tin deve riscrivere di sana pianta tagliando e cucendo notizie dalla BBC e dalla CNN. Pero il Capo non deve sapere che in Iraq hanno mandato un folle, per di più anche cugino di Tin. Succede però che ad un certo punto la casella mail di Tin rimanga vuota, Boris sembra evaporato, svanito nel nulla. Nemmeno più quei pezzi deliranti, un appiglio per garantire continuità alla rivista. Nulla. Non risponde alle mail, il telefono satellitare è fuori uso. Di Boris, per tre giorni, nemmeno l’ombra. Per Tin ha così inizio una spirale professionale e umana tragicomica, con ampie sfumature grottesche, che coinvolge il suo piccolo mondo interiore e la sua solidità professionale, mina alle fondamenta i suoi propositi e le sue aspirazioni, capovolge definitivamente la scala delle sue priorità…
Spesso ad un libro per prenderci bastano solo poche pagine, e questo è normale. Però, se ci pensate, è ancora più bello scoprire il valore di un libro una volta finito. Quando per giorni e giorni quella storia vi resta attaccata addosso; quando per giorni e giorni i personaggi continuano a parlarvi; quando a quel libro all’inizio non avevate dato nessuna possibilità di salvezza e quando invece è finito ne sentite addirittura la mancanza, beh, vuol dire che quel libro ha vinto. Questo è Il nostro uomo sul campo, che parte lento - un libro-bradipo - e arriva col fiato spezzato e noi con esso. Lo spaccato di un Paese ancora in arrancante divenire, uscito dalla guerra, alle prese con una vischiosa paralisi economica e con un più grave rimbambimento politico. In mezzo, una generazione di non più giovani e di non ancora vecchi alla ricerca perenne di orientamento e certezze contestualizzati in una società che cede facilmente al ricatto, alla corruzione, al nepotismo. L’anima slava pulsa al punto da uscire di prepotenza dal petto del romanzo con tutte le sue schegge di ironia, fatalismo, tribalismo e quella sorta di immagine caricaturale che si da a tutti quelli che da Est, smantellato Tito o Stalin o chicchessia, abbracciano l’opulento Occidente con la sua libertà e le sue belle distorsioni al led. La biografia di Tin, che si sovrappone al fattaccio di Boris, è lo spunto per affrontare temi forti come il post-comunismo, la conquista della maturità, la guerra. Anzi le guerre. Due, che si sovrappongono: quella in Iraq, nel pieno del suo fermento, e quella nella ex Jugoslavia, i cui strascichi sono ancora ben visibili nelle sensazioni, nei pensieri e nella mente (psichiatricamente parlando) dei personaggi. È un romanzo di crescita e di abbandono.
Tin è l’archetipo dell’individuo che accetta un compromesso senza rinunciare alla sua anima rock, alla sua coca ed alla sua giacca stazzonata per presenziare alla prima di Sanja; ma è anche l’esempio del ragazzo di campagna che a Zagabria ha svoltato ed a cui tutti si rivolgono per un lavoro, un favore, una consulenza; la spalla su cui piangere, quello su cui buttare la slavina dei propri problemi. Ma Tin è anche ciò che questa “popolarità” porta con sé: solitudine, interiorizzazione, mille domande e nessuna risposta. 

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