Il padiglione sulle dune

Il padiglione sulle dune

C’è un uomo errabondo che nel suo felice ed appagato vagare approda ai piedi di una grande abitazione vicino al mare. Assomiglia ad un padiglione, grande e pieno di finestre, su più piani. Lui ha montato la sua tenda sulla spiaggia e di notte si accorge di strani movimenti. Arriva qualcuno, qualcuno che lui conosce da molti anni e con cui i rapporti si sono drammaticamente deteriorati. Per una donna, per soldi? Ma non arriva da solo, c’è una strana ed assortita comitiva con lui. Sembra che scappino da qualcosa, da qualcuno e dai loro movimenti, dalla concitazione delle voci è chiaro che abbiano fretta, anzi, no, non fretta, ma una agghiacciante, tremenda, fatale paura… François Villon, il poeta francese, si trova dentro una casa a comporre una ballata. Con lui un gruppo di uomini dall’aria poco raccomandabile gioca a carte ad un tavolo messo in disparte. Gli animi si scaldano. Forse qualcuno bara e tra lo scatto dell’apertura di un coltello ed un fiotto di sangue che si spande sul pavimento il passo è breve. Il morto sta con gli occhi al soffitto mentre tutti se la danno a gambe, non prima di aver requisito la sua borsa coi denari. Villon si ritrova solo, spaventato, con la figura del cadavere insanguinato davanti agli occhi. Scappa e non sa da chi, si nasconde nei vicoli bui, affannato e sudato nella notte fredda, cerca di sfuggire alla vista dei gendarmi e si ritrova a bussare come un forsennato ad una porta. Ad aprirgli è un vecchio. Non fa domande, non chiede nulla. Lo invita ad entrare, senza sapere chi si stia mettendo dentro casa… Denis è in giro molto dopo la mezzanotte. Sa che non si può e nell’intento di sfuggire alla ronda dei gendarmi si insinua nei vicoletti più stretti e più bui. La porta di Sire Malétroit è socchiusa, a Denise sembra un buon nascondiglio, almeno per tirare il fiato. Una volta dentro, dietro di sé la porta si chiude all’improvviso. Non c’è modo di uscire, non ci sono finestre dalle quali passare, né muri da scavalcare. Denis è in prigione, la prigione del Sire di Malétroit, meschino viscido zio di una ragazza bellissima. Lo zio è certamente vittima di un equivoco, ma questo è un dettaglio che non ha alcuna importanza per lui, il Sire. A Denis viene dato un ultimatum: sposare la ragazza o morire…

Robert Louis Stevenson è maestro assoluto nell’ordire storie avvolte dal mistero, da quella sensazione di angoscia che attanaglia protagonisti e lettore in una spirale inspiegabile di coincidenze assurde, che fanno invocare immediatamente all’equivoco. Ma più la trama insiste, più l’equivoco si ingarbuglia, più al lettore pare impossibile che possa esserci una via d’uscita da questo labirinto di parole che sembra passo passo richiudersi su se stesso, asfittico e fatale. La cromatura dell’avventura si uniforma alle tinte scure delle storie torbide, gotiche e cupe in una narrazione così fitta di dettagli e azione, che non lascia scampo. In questi racconti lunghi (uno, il primo, un romanzo breve in verità) i piani della realtà esaltano lo svilupparsi di un intreccio che ghiaccia il sangue. Ci si fa compartecipi delle sorti dei personaggi, si attivano i neuroni specchio, sentiamo quello che loro sentono. In qualche modo vorremmo addirittura disporre della possibilità di piegare la trama, girando pagina auspichiamo con l’umiltà partecipe del lettore atterrito e irretito che le nostre supposizioni siano sconfessate, che l’autore ci smentisca, che la storia non vada a finire come temiamo. La malizia, la truffa, il cinismo, la cattiveria, la malignità, l’egoismo, la vanagloria, l’opportunismo malvagio, tutte le meschinità, insomma, che fanno tali gli esseri umani, si raggrumano in queste figure misere, tutte che scappano da qualcosa o da qualcuno, addirittura da se stesse. Nelle storie che non potrebbero essere più disparate, c’è come un filo che le unisce e le condensa in questa pochezza reietta che solo l’amore ‒ dove arriva ‒ è in grado di nobilitare. Ma Stevenson non la fa così spiccia, ci ingaggia in una prova di resistenza e pazienza, ci chiede di stare al suo gioco, trabocca suspense da ogni riga in un crescendo che gli inglesi direbbero “thrilling”. Inutile cercare la grazia, la salvezza: restano sempre un discorso a metà strada tra un vicolo cieco e una voragine nel terreno. Perché quello che interessa a Stevenson non è se ci sia redenzione da ogni forma di peccato o quanto succederà all’uomo una volta che avrà lasciato questa terra; quello che gli interessa è dipingere nel più fosco e caravaggesco dei toni quanto possa essere basso un uomo mentre abita questa terra.



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