Il paese clandestino

Il paese clandestino
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Osilo, 10 settembre 1955. È il giorno in cui tutto cambia, la casa amata e conosciuta viene abbandonata e la valle di San Lorenzo resta indietro, “il cavaliere della fame” spinge l’intera famiglia a cercare un futuro altrove. Il progresso e l’arrivo dell’elettricità hanno costretto i mugnai ad abbandonare i loro mulini, le famiglie che fino a quel momento avevano di che vivere sono costrette a migrare, ma persino spostarsi da un paese a un altro significa diventare clandestini, perdere radici, sicurezza, punti di riferimento. Per un ragazzino è difficile capire la scelta dei propri genitori, nella nuova casa si sente ospite momentaneo. Anche se il padre ora lavora come spaccapietre nella cava di basalto, la gente chiama mulinarzos i bambini figli della mugnaia, come fosse quella la loro essenza: “Certe volte accadeva che qualcuno mi avvicinasse in modo sospetto, quasi volesse annusarmi, convinto che avessi addosso odore di farina e di mulino. E che fosse ancora la valle a vestirmi”. La luce del villaggio è diversa, il rapporto con la natura cambia, il desiderio di tornare nei luoghi natii è talmente intenso che ogni giorno il richiamo della valle ha il sopravvento. Insensibile alle raccomandazioni materne, alla fame, alla paura, è il bisogno di inoltrarsi lungo sentieri solitari ad avere la meglio, risalire pendii pericolanti e con l’incoscienza e l’ardore dell’infanzia mettere a rischio la vita, per ritrovare le proprie orme e mai più lasciarle…

“È il paese nel quale sei chiamato a vivere, il tuo; oggi questo, domani quello. Fra dieci anni, chissà quale. E forse un giorno, se davvero riuscirai a capire te stesso, scoprirai che l’unico paese che non hai mai lasciato, e non sarai costretto a lasciare finché sei vivo, sei proprio tu. Nessun altro”. Il distacco, lo strappo che lascia l’anima incerta sulla soglia del mondo, capita a tutti di percepirlo. Nel trasferimento da un paese all’altro e nel trasloco di casa in casa si perde sempre un pezzo di sé, ciò che occorre ricordare è che si acquista anche qualcosa. La ricchezza non risiede unicamente nella memoria ma la si può trovare in ogni nuova esperienza. Attraverso la narrazione in prima persona viene tracciato un percorso che segue l’intera esistenza, dall’infanzia libera e spericolata, alla consapevolezza matura dell’uomo che affronta il mondo degli studi e del lavoro, i lutti, comprende la distanza che separa chi è protetto da ricchezza e potere dalla povera gente. Gli anni Sessanta si chiudono con fatti di sangue che segnano la collettività, il terrorismo e le morti innocenti: la strage di piazza Fontana, le bombe alla Banca Nazionale del Lavoro a Roma e all’Altare della Patria. E mentre il mondo va in pezzi e il progresso si rivela “cinico, cieco e anche menzognero” stritola stili di vita e relazioni sociali, la piccola società all’interno del paese potrebbe essere l’unica salvezza. Antonio Strinna è nato a San Lorenzo e negli anni ha visto i trentasei mulini della valle fermarsi uno dopo l’altro. Questo è un romanzo di malinconica memoria, alla valle amata è dedicata la canzone che l’autore, poeta e musicista, ha composto nel 1972 Badde lontana.



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