Il paese dei coppoloni

Il paese dei coppoloni
La stazione è enorme e deserta. Cani dall’aria smarrita si aggirano nel vasto piazzale. Vetri rotti, un vagone solitario sulla ferrovia a una rotaia, rimorchi e autocisterne abbandonati, una targa Shell arrugginita e battuta dal vento. Il viandante e il Tenente Dum si incamminano “verso la strada nel cielo senza tregua”. Dopo aver percorso qualche chilometro vengono caricati al volo sul “bestio” di Scatozza, “domatore di camion”, che, aggrappato allo sterzo d’avorio, si sganascia dalle risate e strombazza il clacson senza sosta: le guardie gli hanno fatto una contravvenzione di cinquecento lire “per eccesso di tromba”. E poiché la contravvenzione vale per tutto il giorno Scatozza ha deciso di attaccarsi al clacson fino a sera. Mentre la strada si srotola in mille tornanti, il camionista racconta ai passeggeri le gioie e i dolori del suo mestiere. Lui e il fratello, che è “frecato nella testa”, riforniscono di cementi e di sabbioni i paesi dell’Irpinia, che nel tramonto incombente tremolano in lontananza come grappoli di luci. Invece di aiutarsi gli uni con gli altri, gli abitanti di questi paesi, aggrappati come tanti presepi attorno al fiume Ofanto, si sfottono dandosi buffi “stortinomi” come mangiatrippe, dirupasanti, scorciaciucci, culirossi, sponzarospi, menapietre. E lassù, in mezzo alla vallata si erge un monte, sulla cui cima stanno “isolati nel vento, come vedette” i Carianesi, che indossano grosse coppole di panno tutte le stagioni.
Il paese dei coppoloni, uno dei dodici libri finalisti del Premio Strega 2015, è un’opera dai toni fiabeschi, che guida alla scoperta di un mondo ancestrale, popolato da uomini con i volti incisi nella creta e “donne petrose che ti chiatrano il sangue”, la cui vita è cadenzata dall’alternarsi delle stagioni e governata da miti e proverbi. Fin dalle prime pagine il romanzo incanta con una prosa sinuosa e avvolgente, resa ancora più intensa dall’uso sapiente di una lingua immaginifica, ricca di dialettismi e delle continue invenzioni lessicali che Capossela tira fuori dal suo cilindro. Immerso in un’atmosfera sospesa e surreale, il lettore si addentra nella terra dei padri, inerpicandosi lungo un sentiero stretto e sassoso, al fianco del viandante-narratore e del suo fido compagno. “Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?”: così li salutano pascitori di pecore, aggiustaossa, barbieri, contadini, “carne da fatica sotto padrone”, povera gente che attende il Contributo per riparare la casa piena di crepe con un misto di fede e rassegnazione, tutti messi a dura prova da una terra dispettosa, che ogni tanto “trema sconvolta da dentro”. E mentre vaghiamo insieme con il protagonista alla ricerca dei Siensi dell’intelletto, “volubili come mosconi” ma in grado di “contrastare la paura incessante che ci governa”, ci teniamo lontani dalla “Busciarda”, la televisione che incanta e assopisce e infine addomestica. Molto meglio scolarsi un panaché e lanciarsi in una quadriglia sfrenata fino a cadere sponzati come baccalà.

 

 

 
 
 
 
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