Il paese dei Mezaràt

Il paese dei Mezaràt

Tutto dipende da dove sei nato, recita l’adagio di un grande saggio. Secondo Dario Fo nel suo caso il saggio ci ha preso in pieno. Il primo atto di riconoscenza va tributato alla madre, che decide di partorirlo in provincia di Varese, a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte, antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano completamente inventato, per di più presunto inventore dei fabulatores-comicos. In verità non è però la mamma a scegliere, sono le Ferrovie dello Stato, che mandano il papà Felice, protagonista di mille avventure, capostazione avventizio, a prestare servizio in quella fermata così poco importante che spesso i macchinisti la saltano senza nemmeno accorgersene. Ma con Felice le cose cambiano: è un uomo che desta rispetto e soggezione. Dario viene al mondo alle sette di mattino tra un omnibus e un treno merci: la levatrice lo tira fuori come un pollo per i piedi e gli assesta una gran pacca sulle natiche. Il suo primo vagito, a detta della mamma, supera di gran lunga il fischio della locomotiva, l’omnibus delle sei e mezza, ovviamente in ritardo. Nasce con la camicia, tutto avvolto nella placenta. Un buon segno. Dopo pochi anni arriva il trasferimento a Pino Tronzano, sulla frontiera svizzera: tutti i beni della famiglia vengono caricati su un treno merci, un’ora e mezza di viaggio e il gioco è fatto. Ma veder smontati i letti e i mobili sconvolge Dario, che piange disperato: il padre lo rassicura, li rimonteranno. Non c’è niente da fare per la stufa invece, che si rompe: e lì a straziarsi è la madre, che quando vede nella nuova casa un pollaio e una conigliera si chiede se le bestiole che sicuramente scapperanno sui binari proprio mentre passerà il treno possano essere almeno in parte recuperate per un po’ di spezzatino in umido o di rosticciata a tocchi…

Il sottotitolo – I miei primi sette anni (e qualcuno in più) – è con ogni probabilità il più efficace e chiaro dei riassunti possibili per questo romanzo del compianto premio Nobel per la Letteratura del 1997. Non è infatti semplicemente una parziale autobiografia, è una vera e propria dichiarazione di poetica nel più puro stile di Dario Fo in cui spalanca le porte all’immaginazione, alla fantasia, alla favola, senza mai discostarsi da quello che appare essere un affresco fotografico, vero, credibile, ironico, tenero, esilarante, tra personaggi come i cantastorie beffardi e pungenti della Valtravaglia, i Mezaràt del titolo, o il professor Civolla, che rielabora a modo suo il mito degli Argonauti. Con la consueta grande inventiva linguistica, che mescola l’alto e il basso, la burla e la malinconia, la raffinatezza letteraria della prosa e il gergo, immediato, che rimanda alle piccole cose, alle abitudini, alle varie e variopinte immagini che sono la dimostrazione tangibile della persistenza nella memoria degli eventi che segnano l’esistenza, Fo, rifacendosi alla teoria sulla formazione caratteriale e intellettiva degli individui di Bruno Bettelheim, che rivendicava la basilare importanza dell’infanzia, come in una sorta di imprinting, conduce il lettore prima in una bucolica Lombardia del confine, al di là dei cui monti si staglia una Svizzera vagheggiata dai tetti di cioccolata, e poi nella metropoli, Milano, persino sotto le bombe della guerra. Un bildungsroman a cura dell’amore di una vita, Franca Rame, fuori da ogni canone. Come del resto il suo autore.



 

 

 

 
 
 
 

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