Il Paese del Carnevale

Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Una grande nave verde e gialla si avvicina al Brasile, l’arrivo a Rio de Janeiro è previsto per il giorno successivo. Sul ponte, Paulo Rigger segue il filo dei suoi pensieri: sta tornando in patria dopo sette anni di assenza. Quando era ancora uno studente ginnasiale, suo padre – ricchissimo piantatore di cacao del sud dello stato di Bahia – è morto, ma la sua ultima volontà è stata che Paulo fosse mandato in Europa a laurearsi. A Parigi, naturalmente, Paulo ha fatto tutto tranne che studiare legge: è diventato un sibarita, con “una sorta di adorazione per i propri istinti”, ha “dato fondo a tutte le voluttà senza mai soddisfarsi”. E quando alla fine si è laureato era ormai diventato una cosa molto diversa da quella che il padre sognava: un “consumatore di motti di spirito, amico di intellettuali, frequentatore di ambienti giornalistici” che ama costruire frasi eleganti e discutere per il piacere della discussione, un cinico cerebrale, freddo e senza emozioni, che non crede più alla felicità. Tra la folla di brasiliani e stranieri che affolla la nave, tra diplomatici vestiti all’ultima moda, uomini politici cretini e grassi “con le figlie magre e cretine e i figli cretini e laureati”, fazendeiros e vescovi che discutono animatamente sulla rivalità tra São Paulo e Bahia ma si trovano tutti d’accordo sul fatto che il Brasile “è il Paese con il più grande avvenire del mondo intero” e non un luogo dove “si va in giro in tanga”, attorniata da goffi corteggiatori c’è una francesina con gli occhi verde mare e la pelle candida. A pranzo, la ragazza è seduta ad un tavolo vicino a quello di Paulo e gli sorride maliziosamente. Durante il viaggio Paulo ha sentito parlare di lei: si chiama Julie e pare conosca “ogni paese e ogni razza”, il che è un alato eufemismo per dire che è una disinibita prostituta d’alto bordo. Paulo inizia ad immaginarsela nuda e l’idea lo stuzzica. Si avvicina a lei e con fare da playboy le dice che la trova adorabile. Lei lo deride: è questo tutto quello che sa fare? Le stesse parole usate dai ragazzotti che la tampinano ogni giorno? Paulo decide di osare: dice a Julie che i suoi occhi promettono cose folli, ma lui – che le cose folli le conosce tutte – dubita che quella promessa possa essere mantenuta. Al che lei ribatte, sfacciata: “Stanotte all’una. La porta della mia cabina sarà aperta. Ti aspetto”…

L’accostamento (o meglio, quasi l’identificazione) tra Carnevale e Brasile è ormai profondamente radicato nell’immaginario collettivo, è un luogo comune. È talmente vero che l’equazione è valida per tutti indipendentemente dal contesto, dal fatto di essere nei “dintorni” (temporali, geografici, culturali, artistici, aneddotici) del Carnevale di Rio e di eventi simili. Come se in Brasile fosse Carnevale tutto l’anno. Come se il popolo brasiliano avesse come unica cifra antropologica la sensualità animalesca e naïf delle sfrenate feste medievali: samba, sudore, paillettes, forme femminili generosamente esposte. Un tòpos (ovvero un pregiudizio) al quale non è estraneo nemmeno Jorge Amado, soprattutto nei romanzi della maturità, quelli del grande successo commerciale. È paradossale, ma solo un po’, che da ragazzo lo scrittore brasiliano avesse un atteggiamento diametralmente opposto, che reagisse con malcelata rabbia a questa visione caricaturale della sua terra. Nel 1931, quando questo romanzo veemente dal titolo ironico è uscito, Amado aveva soltanto 19 anni ma incredibilmente non era al suo vero esordio letterario, perché due anni prima aveva dato alle stampe Lenita, un ingenuo feuilleton da lui poi ripudiato. Il paese del Carnevale è dunque il suo esordio morale, il primo libro in cui si riconosca davvero, seppure con qualche titubanza (per anni rifiutò di farlo tradurre all’estero, perché temeva che i lettori non capissero un’opera abbastanza lontana dalle sue seguenti). Con la fine del Modernismo la letteratura brasiliana proprio all’alba degli anni Trenta – come sottolinea Luciana Stegagno Picchio nella sua approfondita nota in appendice – abbandona “ironici ed inesistenti indios neoromantici di penne posticce, ad incarnare cattivi selvaggi da operetta”. Irrompono le grandi ideologie del Novecento, l’impegno sociale, il cosiddetto “romanzo radicale del Nordest”. E questo sorprendente libro scritto da un ragazzo del secolo scorso (membro di una fantomatica “Accademia dei Ribelli”, impegnato per la maggior parte del giorno in grandi discussioni al caffè e in approcci amorosi) racchiude in sé, testimonia questo momento di passaggio: considerato all’epoca della sua uscita scandaloso e irriverente, ebbe un grandissimo successo di critica e pubblico. È ancora di là da venire il rogo pubblico in cui il libro, assieme ad altri di Amado, fu bruciato dai fascisti nel 1937: per il momento ci sono solo la freschezza e il talento con cui il grande scrittore brasiliano dipinge un Carnevale che rimane “al di qua della festa, col suo sdegnoso rifiuto”, un rito collettivo a cui egli guarda con ironia venata di rabbia. Ma, in fondo, anche con amore.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER