Il paese dell’alcol

Il paese dell’alcol
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L’autista del camion è una giovane donna piuttosto carina. Ding Gou’er, dal lato del passeggero, la sbircia ogni tanto con desiderio, mentre si avvicinano alla miniera dove dovrà incontrare alcuni uomini per la sua indagine. L’ispettore, infatti, si sta recando nei pressi del monte Luo per tentare di scoprire la verità su una terribile usanza che da tempo si dice pratichino i personaggi più in vista della città di Jiuguo: comprare bambini che poi verranno venduti ai ristoranti più esclusivi e rinomati e qui serviti (brasati, al forno, in umido) come specialità. Il direttore della miniera ed il segretario del Partito, talmente simili da non essere riconoscibili, accolgono Ding Gou’er con la massima cortesia e subito lo portano - lo scortano, quasi - attraverso un labirinto di corridoi e stanze fino ad una lussuosa sala da pranzo dove l’ispettore trova una tavola imbastita con un enorme vassoio ed un piccolo bambino appoggiato sopra. Si tratta del piatto più famoso della città: “Il bambino dono dell'unicorno”, che si usa servire proprio in onore di ospiti stranieri. Ding Gou’er rimane allibito, ma mentre i calici vengono ripetutamente riempiti e la mente si offusca, gli viene assicurato che non si tratta di un bambino reale bensì dell’abilità della cuoca di plasmare ingredienti come radice di loto del Lago della luna, maialino arrosto, anguria e verdure con una ricetta speciale ed in una forma molto realistica...

Cannibalismo, dunque, ma non solo. Traffico di bambini, alcol a profusione, bande di delinquenti e nani che tengono una lista delle donne con cui hanno passato la notte. Mo Yan ci presenta un mondo alla deriva, corrotto, famelico, senza alcuna morale, con il solo obiettivo del potere e dei soldi facili. Cannibalismo anche nella struttura del testo, nel quale la storia principale (quella dell’ispettore Ding Gou’er e della sua indagine) viene mangiata dalla relazione epistolare fra lo stesso Mo Yan e il suo ammiratore/discepolo Li Yiduo, ed anche questa corrispondenza a sua volta passa in secondo piano rispetto ai racconti che il giovane scrittore propone all’autore affinché vengano pubblicati nella rivista “Letteratura nazionale”. Le varie parti non sono fra loro indipendenti, bensì profondamente legate e fisicamente intrecciate, così che i personaggi della storia iniziale si ritrovano anche nelle lettere e nei racconti, per poi passare ad un ulteriore piano narrativo al termine del romanzo, quando è lo stesso Mo Yan a diventare protagonista. Un libro che ubriaca il lettore, pur senza far uso dei liquori che compaiono ovunque e in abbondanza nel testo (con relative pozioni per far passare la sbornia). Lascia un senso di confusione e un bel giramento di testa, proprio come la sensazione che si prova al risveglio dopo una notte brava. Uno di quei romanzi, come accade anche per certi film, di cui forse non ci capisce appieno il senso, ma che lascia il segno. Raccapricciante, eppure bello.



 

 

 

 
 
 
 

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