Il paese delle meraviglie

Il paese delle meraviglie

Tipo che già avere 14 anni è complicato: la prima superiore (a ragioneria poi, capirai che entusiasmo!), quelli più grandi fanno i bulletti, le interrogazioni a sorpresa, la ragazza che ti piace ma figurati se ti si fila (tra l’altro è pure più grande, fa il liceo privato ed è figlia di un dentista, inarrivabile). Aggiungi che Attilio, “Attila”, ha una famiglia ormai alla frutta: padre operaio metalmeccanico per mestiere, costruttore di gabbie per canarini per hobby, ignavo per carattere; madre “casa e chiesa”, più chiesa che casa (anzi, più Don Curio che chiesa), occupata a smerciare dubbie “cremone” con le sorelle (che sono tipo le sorelle cattive di Cenerentola) e a rimpiangere il suo matrimonio, per amore e non per interesse con un marito fallito che non le compra il tivucolor. Si salverebbe Alice “trecce rosse occhi blu”, la sorella, che, però, a 18 anni appena compiuti, ha telato e si è trasferita a Milano per studiare: almeno gli scrive sempre e si ricorda di lui. Si salva anche il nonno, vecchio strampalato partigiano (circa). Si salva soprattutto Franz, il suo compagno di banco e migliore amico: ok, sarà anche un nazifascista dell’ultima ora, volgare allo stremo, decisamente violento e fumatore di (troppi) spinelli, ma lui sì che scuote ʼste giornate almeno! Anche perché è il ’77, tipo che avvengono “attentati e cortei e scontri dappertutto, di questi tempi”, ma non in paese, boiafaus, dove “esci per strada e trovi il deserto. L’unica vera botta di vita sono i funerali”...

Il paese delle meraviglie è l’Italia degli anni ’70, che è tutta un brulicare di sequestri, attentati, manifestazioni, femminismo, ma anche radio libere, cantautori, Portobello, Rischiatutto, Happy Days, AC/DC, Pink Floyd, il punk... Districarsi tra drammi familiari e adolescenziali (che sono poi un evergreen) in anni così frementi non deve essere stato semplice, per quanto nelle periferie tutto arrivasse ovattato o magari in ritardo. Giuseppe Culicchia è perfettamente in grado di trasmettere, tramite aneddoti quasi (capitoli brevissimi, talvolta apparentemente scollegati tra loro), questa “lotta intestina” che si svolge in Attila, idealista e sognatore, riportato però continuamente con i piedi a terra dalla realtà attorno a lui, sempre più ostica, fino alla fine a sorpresa, tanto per lui quanto per chi legge, di un’amarezza sconfinata. L’amicizia improbabile con l’eccessivo Franz è trainante, è lo slancio vitalistico, che contemporaneamente preoccupa (nessun genitore approverebbe un amico del genere!) e diverte, perché, tutto considerato, ad uno come Franz non si può non volere bene. Le scelte grafiche e stilistiche sorprendono pagina dopo pagina ed esprimono in maniera clamorosa questo caos, il divertimento allucinato, l’irrequietezza dell’adolescenza e la violenza di quegli anni: si alternano maiuscoli, corsivi, epiteti di ispirazione epica, parentesi, virgolettati, inglese maccheronico, esclamazioni reiterate. Culicchia ha sapientemente creato un vortice in cui è inevitabile cadere.



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