Il paese dove non si muore mai

Il paese dove non si muore mai

Elona e Rudina sono amiche, ma nell’amore di Elona per Rudina giocano una parte importante i libri che foderano le pareti del suo soggiorno, libri per adulti che lei ama sfogliare, interrogare, nelle cui vicende da grandi curiosare e perdersi. In fondo alla loro strada abita Kristina, ha il padre in galera e un nonno, Babako, che ama distribuire caramelle in cambio di palpatine e occhiate laide ai sessi delle bambine… Una bambina troppo bella per il suo stesso bene, con una madre che popola i sogni erotici del vicinato e un padre che un giorno smette di venire a casa, che è stato imprigionato per aver osservato ad alta voce che non si trovano le patate e ben presto anche il suo stesso ricordo sarà offuscato dalla vergogna e il suo nome sarà accomunato a quello della figlia nel più socialmente riprovevole dei commerci, quello del proprio corpo… Bukaria e Ganimete, una madre dalla gonna stretta e coi seni che sfidano la gravità, finita in galera per ragioni che tutti ignorano ma su cui speculano menti infuocate, una figlia cresciuta per strada e sulle cosce degli uomini finché sua madre non torna e le loro vite continuano ad infiammare la fantasia dei vicini, compresa la bambina che le osserva dal giardino, fino al giorno in cui vengono portate via lasciandosi dietro una boccetta di smalto e qualche foto di Greta Garbo… I turbamenti di una donna molto brutta che sfoga la propria frustrazione per il mancato appuntamento con la bellezza angariando una bambina che sembra aver preso tutta la bellezza di sua madre…

Di polvere e fango è fatta l’Albania, un Paese dove il sole brucia così forte da far germogliare deliri di megalomania, di immortalità; un Paese il cui lessico non contempla la parola umiltà, che non conosce la paura, un Paese dove tutto è eterno tranne quello che succede agli altri, il tempo si dilata e perde di senso nel sorseggiare lentamente un caffè, nel commentare pigramente una disgrazia accaduta a qualcun altro. Ma c’è un argomento che sopra tutti gli altri scalda gli animi e scioglie le lingue: la universalmente riconosciuta, generale e incontrovertibile “puttane ria” delle donne, o almeno di quelle belle, perché le brutte ‒ poverine ‒ non possono! Da questo assunto deriva il punto nevralgico di ogni discussione: quante volte si sia fatta ricucire ognuna delle belle donne che affannano i respiri degli avventori dei caffè. È un’ossessione nazionale, che già a tredici anni fa vivere le bambine col terrore di dover andare dal dottore in cerca della prova della loro “non puttane ria” da esibire dinanzi al tribunale familiare ogni volta che la lingua malefica di una zia le associ alla supposta puttane ria materna. Le bambine de Il Paese dove non si muore mai e in molte di esse ci sono le esperienze dell’autrice, vivono con lo spettro dell’ineluttabile marchio di troiaggine e della conseguente vergogna familiare sin da giovanissime, con la minaccia del ventre riempito come conseguenza di chiavate illecite nei cespugli. Ornella Vorpsi dipinge vela la sofferenza con garbata ironia e dipinge con disincanto un Paese in cui ha trascorso i primi ventidue anni della sua vita e che nell’arco di pochi decenni ha attraversato tutto lo spettro delle psicosi paranoiche, piombando i suoi straordinari abitanti nel buio e nell’incertezza. Il Paese ha un tale bisogno di tragedia, dice la Vorpsi, da dare il meglio di sé di fronte ad esse: la malattia di un congiunto azzera odi e risentimenti e tira fuori il meglio di ciascuno. Un Paese dalle forti passioni, l’Albania i cui abitanti sono capaci di passioni tenaci, come si evince da uno dei suoi detti popolari: “Vivi che ti odio, muori che ti amo”. Sono molti i nervi scoperti di questo Paese oltre al proprio passato e uno di essi è la diaspora. Gli albanesi hanno passato porzioni gigantesche della loro vita durante l’oscurantismo di Hoxha a regolare antenne capricciose per poter sognare a colori il Paese della Cuccagna che si trovava di fronte alle loro coste, ma, da quando ci sono arrivati si sono svegliati amaro come il fiele. “Da quando sono arrivati in questa terra, gli Albanesi hanno capito che si può morire e non ne vogliono più sapere di Terre Promesse”.



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