Il paradiso maoista

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1949, un tardo pomeriggio di inizio estate. Carl Fitter è ansioso di lasciare la Cina, sarà bello rivedere gli Stati Uniti dopo tanto tempo. Scende la scalinata che conduce agli alloggi maschili della Compagnia, una enorme fabbrica con annessi uffici amministrativi, proprietà di una multinazionale americana. Hanno deciso di chiudere, lasciare l’edificio al nuovo governo cinese. Hanno imballato tutto, sprangato porte e finestre, fatto partire tutto il personale a scaglioni successivi. Oggi tocca a Carl, ma c’è una sorpresa. Un dirigente lo sta aspettando vicino alle due vetture della Compagnia che stanno caricando l’ultimo gruppo di impiegati, domani partiranno i camion degli operai e poi non rimarrà nessuno – tranne i cinesi, naturalmente. Tre impiegati sono stati estratti a sorte, dovranno rimanere in fabbrica qualche giorno, al massimo una settimana dieci giorni, e gestire il passaggio di consegne: uno di loro è proprio Carl Fitter. Lui trasecola, protesta vibratamente: ha già avvisato a casa del suo ritorno, ha fatto i bagagli, ci deve essere di certo un errore. Non solo non c’è un errore, ma c’è anche un’altra bizzarra sorpresa. Gli altri due impiegati sorteggiati sono il cinico Verne Tildon e la affascinante Barbara Mahler, che a Carl piace molto. La cosa buffa è che quei due una volta stavano insieme. Si erano conosciuti a Boston, lui aveva attaccato bottone con lei ad una festa parlandole di jazz…

Scritto tra 1948 e 1950 ma pubblicato soltanto postumo, nel 1994, Il paradiso maoista è – secondo i biografi di Philip K. Dick – uno dei primi romanzi, se non il primo, che abbia mai scritto: del resto, all’epoca aveva più o meno vent’anni. Non si tratta di science-fiction, ma della straniante cronaca di un triangolo amoroso su uno degli sfondi più originali della storia della letteratura: una fabbrica in Cina sgomberata (o quasi) da una multinazionale statunitense nei giorni della presa del potere di Mao. I tre protagonisti – una donna e due uomini, dei quali il meno giovane è un ex della donna – sono stati lasciati per ultimi a “consegnare le chiavi” ai comunisti cinesi e quindi sono isolati dal mondo né più né meno come naufraghi, abbandonati in una terra di nessuno destinata a trasformarsi molto presto in territorio ostile. Ma sono anche divisi tra loro da vecchi rancori e nuove infatuazioni, dinamiche già complesse di per loro in situazioni normali, ma che quella realtà claustrofobica rende velenose, potenzialmente esplosive. Sono proprio queste dinamiche, giocate anche in flashback, al centro della narrazione di Dick, che non a caso ha intitolato il romanzo Gather yourselves together (Ricomponetevi, o forse Rimettetevi insieme), scelta forse poco charmant ma assai indicativa. Un libro oggettivamente insolito, diverso da tutti gli altri di Philip K. Dick e al contempo simile a tutti, che Fanucci ci presenta in una splendida veste grafica e impreziosito dalla introduzione di Carlo Pagetti.



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