Il paradosso amoroso

Il paradosso amoroso
Una “singolar tenzone” agita da decenni (consapevoli o meno che ne siamo) la nostra coscienza individuale e collettiva: da quando il vento impetuoso della rivoluzione del ’68, che ha attraversato scosso e ridisegnato il vecchio “credo” dell’intera società occidentale, ha posto al vaglio ogni dogma ogni autorità ogni regola costituita. In nome della libertà e della piena rivendicazione della propria autonomia la rivoluzione non poteva non toccare anche “il re dei re”, il più sublime ma anche il più destabilizzante e rivoluzionario dei sentimenti: l’amore. Come viverlo? Come conciliarlo con la propria ambìta indipendenza? E che farne delle “vecchie istituzioni” come la famiglia? Da qui la “tenzone”: l’amore (con quel che ne consegue: la coppia la famiglia i figli…) versus l’individuo (la libertà l’avventura l’autonomia). Una dialettica certo connaturata nella natura umana ma che il vento rivoluzionario del’68 ha esacerbato facendocene sentire ancora gli echi e i clamori. Eh sì, perché da allora ondeggiamo a fatica fra queste due polarità senza trovare -  a quanto sembra dal ridotto numero di matrimoni, almeno di quelli che durano una vita, e dall’aumento di divorzi – un facile equilibrio: cerchiamo l’appartenenza (ad un lui/lei, ad una famiglia, ad un gruppo che sia) per poi fuggirne quando ne avvertiamo l’oppressione o ci par di affogare nella noia. Amiamo star soli, rivendicare il nostro individualismo e i nostri distinguo, salvo poi volerci sentire unici e irripetibili per qualcuno. E allora, libero spazio al creativo che è in noi: abbiamo “inventato” la coppia aperta, quella in cui è bandito il “per sempre” e – almeno nel nostro immaginario – rimane aperta l’uscita di sicurezza, la via di fuga: fino a dirsi addio, quando la coppia scoppia, e tanti saluti e – forse - baci. E poi, infranti i vecchi tabù, abbiamo innalzato anche il vessillo della liberta sessuale: alla ricerca del “carnale meraviglioso”. È bastata questa quotidiana fiera rivendicazione della nostra  - reale o presunta – libertà  per sentirci più felici e appagati? Ci siamo sentiti più liberi e realizzati una volta abbattute convenzioni tradizioni e tabù, senza più sentir troppo al collo la stretta dei legami, nell’ebbrezza dell’io e dei suoi sensi estemporanei e immediati?...
Pascal Bruckner, brillante filosofo romanziere e polemista francese, a quasi mezzo secolo dalla rivoluzione che ha attraversato l’Occidente, traccia con sagacia e verve intellettuale un bilancio di ciò che furono quegli anni e il loro lascito all’età moderna in campo amoroso-sentimentale, ma anche puramente erotico. Il titolo la dice lunga: Il paradosso amoroso. Con dovizia di esemplificazioni –partendo dalla quotidianità dei comuni mortali per arrivare alla mondanità parigina e internazionale, passando per il web con i suoi vari Meetic, Match.com, NetClub, siti di “incontri virtuali” – con uno stile ricco di pungenti divertite e divertenti riflessioni, fiorito e immaginifico, il saggista sostiene la sua tesi: figli del ’68 siamo l’espressione viva di un paradosso, di una – insanabile? – contraddizione, volti come siamo a rivendicare una spiccata smania di libertà e un’indomabile voglia di indipendenza senza aver però dimenticato il nostro atavico bisogno di legami esclusivi e di appartenenza. …Una pacifica indolore conciliazione di opposti? ben difficile, a sentir Bruckner – sempre sospesi in un equilibrio precario. Eppure, proprio quando potremmo convincerci di trovarci innanzi ad una sorta di “schizofrenia delle emozioni” e conseguente impasse, convinti di esser destinati, dovunque stiamo, ad andare incontro ad un parziale – o totale  - fallimento, è proprio l’Autore a illuminarci. Col suo piglio decisamente filosofico, amante della dialettica (tutto e il contrario di tutto),  ci guida a riconoscere luci e ombre di ogni singola situazione e sentimento, dell’individualismo come dell’amore: non finisce forse per farci sentire in trappola l’esasperata rivendicazione di libertà e indipendenza, schiavi quanto non volevamo esserlo? E non c’è una qualche forma di libertà e pienezza nella presunta schiavitù amorosa? E’ la vita stessa in sé un paradosso. Bruckner, mettendo al bando rosee idealizzazioni ma anche cinismi, fa una disamina attenta – sorretta da uno stile sempre brillante – del contraddittorio magma emotivo che scorre dentro di noi, aiutandoci a cogliere rischi e opportunità, limiti e positività  delle situazioni che viviamo. Una panoramica ampia e variopinta che ci ricorda che la perfezione non è di questo mondo. Una conclusione che è però  tutt’altro che un appiattimento sul reale e sul mondo dell’istinto e ci rende forse invece un po’ più saggi e meno avventati: quando, di fronte alla frizione che potremmo vivere fra amore e individualità, impareremo a non scattare più come le molle ma ad essere un po’ più lucidi cercando chissà con meno impulsiva leggerezza la conciliazione di – apparenti - opposti.

 

 

 

 
 
 
 
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