Il passeggiatore solitario

Il passeggiatore solitario

Il mondo creato da Walser è contenuto in migliaia di righe scritte velocemente a matita. Tutti i suoi amati personaggi sono racchiusi in quel suo “Paese del Lapis” che per molti anni è stato quasi impossibile decrittare. Le frasi scritte a volte erano così sottili da necessitare quasi una lente di ingrandimento. Robert Walser, il solitario, l’imperscrutabile, quello che nessuno riuscirà a definire, porta la sua solitudine nella sua scrittura. È così incline a rimanere solo che persino i suoi libri saranno popolati da entità o sensazioni, piuttosto che da reali esseri umani. Davanti a sé nulla è davvero messo a fuoco. Come anni prima Gogol’, quello che lo interessa è avvicinarsi alla periferia del campo visivo, senza mai afferrarla veramente. Un po’ come succede nei sogni, i suoi romanzi vedono avvicendarsi idee embrionali nate da un stato di follia e non elementi conclusi. Lo scrittore elvetico ha in comune con il suo collega russo anche un caos creativo che li porterà a non dare importanza a ciò che potrà pubblicarsi – ricordiamo, ad esempio, che Gogol’ in uno dei suoi raptus di pazzia getterà alle fiamme il secondo capitolo de Le anime morte – ma a quello che la propria mente riesce a dare vita, pur nella sua indecifrabilità. Il lavoro di scrittore è per Walser una galera. Le ore interminabili passate a schiena passate sulla scrivania, spesso al freddo di quella stanzetta umida di Bienne, a compiere il passaggio sacro delle lettere dalla mente alla carta sono ore di sofferenza e di clausura. Ore necessarie per allontanare il temuto decadimento, a cui può cadere l’uomo inutile, ma frustranti per colui che non si è mai sottomesso alla produzione di “merceria letteraria”, come la definiva, per ottenere gli allori del pubblico…

Il percorso di Walser nel mondo è stato quasi impercettibile. I suoi passi hanno attraversato in lungo e largo la Svizzera senza lasciare trace indelebili. Walser non possedeva nulla, se non la sua scrittura. Persino i suoi stessi libri non vennero ritrovati nella sua casa. Camminava ininterrottamente per tratti lunghissimi, abitava ovunque e da nessuna parte, ma per i suoi spostamenti non aveva di certo bisogno di grandi ditte di traslochi. In questo contesto di assoluta frugalità vanno rintracciati anche i suoi rapporti umani. Amicizie vere e proprie non si possono enumerare. La sua solitudine divenne proverbiale tanto da darlo definire “il più solitario fra tutti i poeti solitari”. E il valore di questo libricino di Sebald è principalmente nell’aver creato un ritratto affascinante e per niente sentimentale di un grande uomo che è passato su questa terra con una levità e una delicatezza fuori dall’ordinario. Per rendersi conto della scarsa conoscenza che per molto tempo si è avuto dello scrittore svizzero, basti pensare che i suoi primi scritti vennero tradotti in Italia solo a partire dagli anni Sessanta, a qualche anno dalla sua morte. Lui stesso definiva le sue opere postume, anzi scritte direttamente dall’aldilà. La sua personalità è stata ovviamente fiaccata dalle vicende personali, come i ricoveri in sanatorio per repentini attacchi di ansia e febbrili stati di allucinazioni. Non a caso la sua produzione artistica degli ultimi anni è costituita da quei “microgrammi” che lo hanno reso famoso, quei minuscoli e indecifrabili messaggi ai lettori che non aveva mai considerato di avere.



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