Il patto

Il patto
10 maggio 1996. Ci sono due uomini in una macchina di fronte all’aereoporto di Catania. Si stanno per salutare, non sanno che quello sarà il loro ultimo incontro. Eppure uno raccomanda all’altro: “Stia attento al suo ambiente…”. Si conoscono da tanto, perché da quasi trentatre mesi lavorano in simbiosi, si incontrano segretamente, lontano da sguardi e voci delle loro diverse realtà quotidiane. Entrambi sanno che non possono fidarsi delle persone che hanno intorno. Sono il Colonnello dei Ros (Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri) Michele Riccio e la fonte Oriente, alias Luigi Ilardo, nipote del del patriarca mafioso della provincia di Caltanissetta, Francesco “Ciccio” Madonia. Ilardo è molto più di un pentito, è un infiltrato che da più di due anni raccoglie in modo certosino informazioni da passare a Riccio (che è l’unico di cui si fida).  Le rivelazioni di Oriente portano all’arresto di numerosi boss; nel periodo in cui Riccio è ancora alla DIA (Direzione investigativa antimafia) agli ordini di Gianni De Gennaro, egli porterà alla cattura di un numero di latitanti superiore a quello su cui l’intero Ros riuscirà a mettere le mani nel decennio 1991-2001. Ma dopo il passaggio al Ros, appunto, le cose cambiano, egli non ha più carta bianca, la gestione di Oriente diventa più difficile, il colonnello Mario Mori e il suo vice, il maggiore Mauro Obinu, si mostrano scettici sulla validità dell’intera l’operazione, lasciando Riccio e Ilardo esposti al rischio di una battaglia quasi privata contro Cosa nostra. Il 31 ottobre 1995 Gino (così era chiamato Ilardo nell’ambiente mafioso) riesce finalmente ad ottenere un incontro con Bernardo Provenzano. La pazienza con la quale Oriente aveva tessuto la tela che lo doveva condurre al boss dei boss ha finalmente portato i suoi frutti; la “affettuosa”, circostanziale e sgrammaticata corrispondenza tra i due, stava dando l’epilogo sperato. Riccio (che non nasconde la propria soddisfazione) comunica la lieta notizia ai suoi superiori che reagiscono con freddezza, quasi indifferenza, sicché ancora una volta egli si troverà isolato e ingabbiato da un’inspiegabile insipienza. Ilardo annoterà tutti i particolari dell’incontro: targhe, numeri di telefono, riferirà i nomi degli uomini di fiducia del boss, memorizzerà il percorso che lo porterà nelle campagne di Mezzojuso direttamente al covo di Zi’ Binu. Eppure nei giorni immediatamente successivi a quell’incontro non parte nessun blitz, non vengono neppure posti sotto osservazione i personaggi indicati dall'infiltrato. Il capitano Sergio De Caprio (il celebre Ultimo) e il maggiore Mauro Obinu non riescono a localizzare da subito il luogo dove è avvenuto l’incontro (che invece verrà messo sotto osservazione un anno dopo). Eppure le indicazioni erano chiare, Riccio e Ilardo tornano nelle campagne di Mezzojuso: “ Ma come, – Chiede contrariato Luigi a Michele – lei e io a questa benedetta casupola ci arriviamo in un attimo… Non è che questi sbagliano provincia?”. Provenzano verrà catturato solo nel 2006, undici anni dopo… “C’è puzza di servizi segreti”, più volte Ilardo aveva detto questa frase a Riccio. Non si riferiva soltanto al Sisde (il cui capo, Bruno Contrada, è stato condannato con sentenza definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), ma ad un legame oscuro che lega i boss mafiosi a politici, imprenditori e pezzi deviati di magistratura.  Una cappa di malaffare che travolge i poteri forti, un'ombra che si percepisce tutte le volte che dei fatti scompaiono, o più probabilmente, vengono fatti sparire. Una palude di omissioni, di coperture, i cui protagonisti non ricordano o ricordano solo dopo tanto tempo e solo quando interpellati. E' tuttora in corso a Palermo un processo che vede imputati l'allora colonnello Mario Mori e il suo vice Mauro Obinu proprio per il mancato arresto di Bernardo Provenzano. Un processo dove le rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e primo referente politico della mafia (il mandatario del famoso papello), aprono scenari allarmanti: diversi esponenti politici, alcuni dei quali ancora oggi ricoprono importanti ruoli all’interno delle istituzioni, sarebbero stati i referenti di una trattativa tra Stato e mafia; perfino la nascita di Forza Italia, secondo Ciancimino, sarebbe il frutto di questa trattativa. La leggerezza delle indagini su Provenzano potrebbe essere, dunque, il risultato di un patto tra esponenti di spicco delle istituzioni (politici, carabinieri, una parte di magistratura e servizi segreti deviati) e l' “ala moderata” di cosa nostra, facente capo proprio a Provenzano. L'ipotesi è che Zi  Binu abbia “venduto” Riina e che in virtù di questo accordo, non potesse di certo essere arrestato... 
Il processo è ancora in corso, attendiamo il districarsi della matassa. Di certo, le ombre che hanno avvolto le stragi di Capaci e Via d'Amelio sembrano non dipanarsi; nessuno può toglierci dalla testa l’idea che Paolo Borsellino sapesse e che proprio per questo fu messo barbaramente a tacere; “Molti attentati addebitati a cosa nostra non sono stati commessi da noi ma dallo stato. Voi lo sapete benissimo”, tuonerà Luigi Ilardo a Mario Mori. Si dice che i più bei libri, così come per i film, sono quelli che consentono al lettore una forte capacità di immedesimazione, quando le forti sensazioni non ti abbandonano anche dopo averli chiusi. Il patto è un libro che funziona così, ti catapulta in una realtà torbida e logora e ti lascia con le spalle al muro, frastornato da un forte senso di smarrimento. Ti guardi intorno, ti senti in pericolo, entri a pieno titolo nel regno del sospetto e, nonostante ciò, hai pure l'impressione che ancora non si sia arrivati a raschiare il fondo del barile. D'un sol colpo sembra crollare quel poco di fiducia che ti rimane nei tutori dello Stato e nello Stato stesso. Allo stesso tempo pensi tuttavia che questo sia un libro da divulgare , da far conoscere, da tramandare; la rabbia ti da l'energia per non abbassare la guardia. La forza la puoi prendere dalla società civile, dalle migliaia di agente rosse sventolate al cielo, dal coraggio di reporter come Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci che attraverso un imponente lavoro di catalogazione e decifrazione di migliaia di carte giudiziarie, ci ricostruiscono un quadro tanto chiaro quanto inquietante. Un documento prezioso ed utile che, come sottolineano gli stessi autori (citando Calvino), ci invita a “cercare e saper riconoscere chi e come, in mezzo all’inferno, non è inferno;  e a farlo durare, e a dargli spazio”.

 

 

 

 
 
 
 
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