Il paziente sceneggiatore

Il paziente sceneggiatore
Dopo un’interessante premessa, che reca la gradita piacevolezza di riportare al centro dell’attenzione la figura di Federico Fellini - il regista che più di ogni altro ha fatto leva sulla valenza simbolica del cinema, facendo della sua arte visionaria ed incantata una forma di presentazione e di descrizione di concetti ed immagini circolanti a cui ognuno di noi potesse agganciare la propria esperienza – l’autrice esplicita gli intenti del suo lavoro. Il termine "paziente" del titolo esprime uno stato dell’animo, della mente e del comportamento affine a quella dello sceneggiatore, il cui racconto trae linfa vitale dall’inconscio, dall’evocazione di immagini vissute, fantasticate e soprattutto sognate. Il lavoro analitico, che si dipana nel corso reiterato delle sedute, risulta speculare a ciò che avviene nella concreta pratica cinematografica, là dove la germinazione creativa nasce dalla fioritura di spunti ed immagini, dapprincipio scoordinati, a cui l’attento lavoro di raccolta e riordino dello sceneggiatore offre la possibilità di costituire l’ossatura del film…
Se siete scrittori, analisti o in generale studiosi del comportamento umano, sceneggiatori o anche semplicemente del cinema per diletto, leggerete questo libro di Chiara Tozzi, pubblicato da Alberto Gaffi, da pagina 1 a pagina 133, l’ultima. Stimolati dal sottotitolo "Raccontare storie in analisi e in un film", vi immergerete nei diversi capitoli che trattano de "L’idea del film – l’inizio di un lavoro analitico", "Costruzione di una sceneggiatura e costruzione di un lavoro analitico", come de "I personaggi", "Il punto di vista", "gli oggetti della narrazione", "I dialoghi", ma anche di "Simbolizzare le immagini", "Trovare un senso" e ne ricaverete notevole beneficio culturale e nuovi stimoli professionali. Benché uno sguardo ai contenuti dei temi trattati riveli questioni delicate per noi profani, possiamo ugualmente approfittare dell’originalità di questo libro sfogliandolo con la genuina curiosità del lettore occasionale e ci lasceremo sorprendere da innumerevoli scoperte d’inattesa gradevolezza. In soldoni, dunque, il buon esito di una sceneggiatura non dipende unicamente dall’attitudine alla narrazione e dalle qualità tecniche, in quanto il cinema - come ha insegnato Epstein - ha a che fare solo apparentemente con le forme. Ma soprattutto, e questo il libro lo mette bene in evidenza, dalla capacità con cui l’autore, equivalentemente ad un analista, riesce nell’arduo compito di percepire e di catturare le immagini contenute nell’imponderabile spazio dei silenzi e di decifrare il flusso renitente delle parole del paziente. Chiara Tozzi, la cui figura professionale risulta assai articolata tra psicologia, sceneggiature per il cinema e la televisione e narrativa, utilizza in questa circostanza la forma letteraria del saggio per arrivare ad ipotizzare l’intreccio inscindibile tra analisi e sceneggiatura. Si tratta di uno strumento di lavoro, completato nella parte finale anche da alcuni esempi di analisi creativa, ricco di estrapolazioni cinematografiche, psicanalitiche e letterarie, nella consapevolezza che lo spirito del cinema debba saper cogliere le vibrazioni intensive ed i movimento più impercettibili dell’animo umano.

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