Il pellegrinaggio di Santa Brigida

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1344. A sud delle isole di Rökne, a nord del Vättern, vivono da tempo in una grande casa di pietra con accanto una chiesa di legno il “lagman” Ulf Gudmarsson e sua moglie Brigida, feudatari di Närke. Da qualche mese Ulf è morto e Brigida – dopo aver finito di gestire le incombenze pratiche legate alla dipartita del marito – ha deciso di consacrare tutta la sua vita a Cristo. Si reca perciò al castello di Vadstena, accompagnata dal suo confessore padre Mattias, uomo coltissimo e abile con la spada, e da padre Petrus, priore del convento di Skenninge. Nevica da due giorni e i tre, a cavallo, attraversano paesaggi bellissimi ma tremendi, inumani. Finiti fuori strada, decidono di passare la notte nella chiesa di Ӧrberga. Brigida prega con fervore: “(…) Tempera la mia alterigia nell’angoscia, perché si trasformi nella tua fiammeggiante spada. Tutto voglio sacrificare, tutto sopportare. Che io perda pur casa e amici, agi e ricchezze. Da questo istante voglio consacrare tutta me stessa alle cose dello spirito”. È la sua ultima sera prima di cominciare una nuova vita, “È l’ora del riposo presso il bivio”. Il suo sogno è fondare un’abbazia proprio a Vadstena: ha continue visioni mistiche e spesso in queste visioni le capita di sentire le campane dell’abbazia risuonare in tutta la baia. Nei giorni successivi Brigida e i suoi due accompagnatori si fermano al monastero di Alvastra: qui li raggiunge Karl, uno dei figli di Brigida. È arrivato con intenzioni bellicose, vuole “far ragionare” la madre, dissuaderla dal “distruggere la stessa sua stirpe”, dato che sta convincendo praticamente tutte le figlie a farsi monache. Karl prega quindi Padre Mattias – che pure ha molte perplessità sull’attuale furore mistico della donna – di parlarle. Il monaco, che ha un forte ascendente su Brigida, prova a farle capire che la voce di Gesù che ella sostiene di sentire ogni giorno potrebbe essere solo un’illusione dettata dal suo orgoglio…

Il Trecento di Santa Caterina, delle Crociate, della cattività avignonese, delle eresie, delle estasi mistiche e del furore religioso: ecco lo sfondo sul quale si muove Brigida (Birgitta) Birgersdotter, divenuta Santa Brigida e co-patrona d’Europa dopo una seconda parte della sua vita – dopo un matrimonio e otto figli nel nord della Svezia – tutta dedicata alla preghiera, alla carità e all’ascesi. Visse per molti anni a Roma (pur effettuando numerosi pellegrinaggi in Italia e in Terrasanta), una Roma in piena decadenza, senza Papa e senza Impero, ostaggio di sanguinarie guerre tra bande di aristocratici e che invano il sognatore Cola di Rienzo provava a scuotere e redimere. Un periodo storico insomma convulso, violento, magmatico che perfettamente vien fuori dal racconto di Verner von Heidenstam – aristocratico di nascita e tradizionalista di impostazione – assieme al suo amore profondo per la cultura e la storia della sua patria, già al centro della sua opera più famosa, Carolus Rex, incentrata sulla figura di Carlo XII. L’autore era cresciuto nei luoghi in cui la santa trascorse gran parte della sua vita e sin da piccolo era affascinato e un po’ intimorito dai racconti su questa mitica Birgitta Birgersdotter, descritta come una donna molto pia ma severa con sé e con gli altri fino all’intransigenza. Membro dell’Accademia Svedese dal 1912 al 1940 e Nobel per la Letteratura egli stesso nel 1916, von Heidenstam ha una scrittura elegante ma potente, fatta di ghiaccio e cielo, tramonti e foreste, scogliere e nebbia. La traduzione anni Quaranta conferisce ovviamente al romanzo un sapore “vintage” ma questo regala fascino alla lettura fatta oggi, invece che sabotarla. La difficilissima reperibilità del romanzo – edito in Italia da UTET nel 1940, 1941 e 1954 e poi andato fuori catalogo – grida vendetta, perché si tratta di un romanzo storico breve (in barba a tante pretestuose trilogie odierne), emozionante, profondo.



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