Il peso del legno

Il peso del legno

Andrea Tarabbia si è sempre interrogato su cosa ne sia stato del misterioso Simone di Cirene: quel libico, nominato nei Vangeli sinottici, che appare a un tratto e viene sintetizzato in poche battute, quasi fosse semplicemente una figura di passaggio; invece quel Cireneo che si carica la croce di Cristo sul Golgota, nel momento di maggiore estenuazione e sofferenza, arrancando per circa mezzo chilometro sotto un peso di quaranta, forse ottanta chili, è una figura simbolicamente potentissima. Marco si limita a osservare che Simone “veniva dalla campagna” e che aveva due figli, Alessandro e Rufo; Matteo si limita a ricordare che veniva da Cirene, non fa nessun riferimento al suo mestiere o alla sua famiglia; Luca ricorda che “tornava dai campi” ma non fa nessun riferimento ai suoi figli; spiega che i centurioni lo fermarono (quasi come fosse loro già noto) e osserva che il Cireneo, portando la croce, stava dietro a Gesù: ciò significa che avrà dovuto faticare molto di più, considerando quante volte il Cristo si sarà fermato, e quante avrà rallentato. Tarabbia si interroga sul Cireneo e scandaglia le poche righe a lui dedicate dai Vangeli; quindi, va a cercarne traccia negli Apocrifi, in Nicodemo; poi, fantastica o congettura quel che può essere successo, una volta giunti sul Golgota. “Eccoli lì, il libico strappato dal caso alle sue incombenze, e il nazareno condannato dagli uomini a una morte indecente. Forse non si guardano, non si dicono nulla (se così non fosse, del resto, qualcuno ne avrebbe scritto); però si sentono, si percepiscono”. Tarabbia si domanda se il Cireneo ha capito o no chi stava aiutando; e se ha vissuto l’angosciante dubbio d’essere stato benedetto o maledetto per quel suo aiuto; e va meditando se davvero tutti siamo “collegati dal peso di una responsabilità reciproca, di una cura, di un dono di sé, che dobbiamo dare anche se non vogliamo, anche se è contro i nostri interessi e anche se questo dono finirà per maledirci”. Perché forse il segreto del Cireneo è essersi accollato la responsabilità di tutto il male, tutto il dolore e tutta la sofferenza del mondo. Ma il Cireneo di Tarabbia non sopporta la croce, perché è un uomo, e a un uomo non si può chiedere di portare lo stesso peso che ha portato Dio...

Per una buona mezz’ora, leggendo le prime pagine di quello che infine s’è rivelato un personalissimo ibrido tra un saggio religioso, un memoir (ipocondriaco e famigliare) terribilmente autoreferenziale e un corposo zibaldone di omaggi e reminiscenze letterarie (da Borges a Berto, passando per la Weil e per Camus, Testori e Bulgakov), ho sognato di sfogliare un libro “impossibile”: vale a dire, ho fantasticato che Tarabbia avesse scritto una improbabile e geniale biografia di Simone di Cirene, quel famigerato e oscurissimo figlio del Mediterraneo, forse una delle figure più iniziatiche e misteriose del Vangelo: uno dei simboli più affascinanti e commoventi. Niente di fatto: un intero libro dedicato a Simone di Cirene potrà esistere solo in sogno; finché Tarabbia parla del Cireneo, questo suo Il peso del legno è comunque un libro capace di ammutolire, frastornare, emozionare; non appena l’artista si congeda dal misterioso Cireneo, cominciano le contraddizioni, i solipsismi, gli ombelichismi, più o meno fastidiosi e in qualche frangente piuttosto insopportabili, considerata la materia che si doveva trattare: la materia era, sic et simpliciter (si fa per dire): la Croce. Pur comprendendo, vagamente, l’impulso al quale ha obbedito l’artista, non condivido per niente, ad esempio, la scelta di aver raccontato qua e là malattie più o meno gravi sofferte in famiglia, tra padre e nonno materno, né trovo coerente o interessante aver dovuto leggere come l’artista s’è misurato con esse, che lavoro facesse in quel periodo, etc; né trovo giusto aver dovuto leggere svariati riferimenti ai propri libri precedenti – c’è addirittura una pagina dedicata a un’autocelebrazione dei propri incipit, manca soltanto la classifica ragionata (ma si può dedurre, volendo). I peggiori difetti della letteratura di Carrère, quelli che hanno indebolito un libro dalle singolari potenzialità come Il Regno, sono, in questo fragile lavoro di Tarabbia, davvero esasperati: quando l’artista francese cede all’autoreferenzialità è, per lo più, per parlare dei suoi vecchi libri, si capisce, ma anche delle donne – Carrère è profondamente erotico, ogni tanto cede alla sua debolezza e tracima, anzi: deraglia. Tarabbia, invece, sembra infestato dalle ipocondrie e dal pensiero delle malattie e del male, in genere: non c’è niente di solare nella sua autoreferenzialità, c’è piuttosto traccia di qualcosa di morboso e di oscuro che costringe il lettore a ripetute apnee. Peccato, perché non credo fossero queste le ambizioni autoriali: nessuno domandava a un libro pubblicato dalla NN di Milano di rivelare un artista o un intellettuale da Dehoniane o giù di lì, in compenso era sensato attendersi un libro che non confondesse la croce del Cristo con la croce delle malattie (vissute in famiglia) e la croce dell’ipocondria e dell’ansia, in genere (per carità). Per la cronaca, Tarabbia considera Il Regno di Carrère il suo peggior libro: immagino quindi escluda di avere qualcosa in comune proprio con quel genere di pubblicazione anfibia, emi-saggistica ed emi-narrativa. Mi domando quindi qual è il suo giudizio sul suo Il peso del legno, a posteriori. Io credo sia uno dei lavori più contorti, parzialmente ispirati e presuntuosi che ho intercettato nel corso degli ultimi anni. Ripeto: peccato. Oltre alle notevoli pagine sul Cireneo, devo salvare l’appendice, I libri dentro questo libro, una bibliografia ragionata e dettagliata, degna d’essere conservata e meditata, nel corso del tempo; la competenza letteraria di Tarabbia è eccezionale e quel capitoletto ne è chiara testimonianza. Il peso del legno è stato pubblicato dalla NN di Milano nella neonata collana “Crocevia”, diretta dal giornalista e scrittore cattolico Alessandro Zaccuri. “Crocevia” vuole essere “una serie di libri attorno al senso e al significato di alcune parole fondamentali della nostra cultura e della nostra storia”: “parole antiche, che usiamo tutti i giorni, e che cerchiamo di addomesticare disabitandole di una parte del loro significato”. Ad Andrea Tarabbia hanno affidato la parola “Croce”; battistrada della collana è stata invece Laura Pariani, con Di ferro e d’acciaio, apparso pochi mesi fa: a lei è stata affidata la parola “Passione”.



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