Il peso dell’inchiostro

Il peso dell’inchiostro
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8 giugno 1691, 11 Sivan (novembre) nell’anno ebraico 5451, presso Richmond nel Surrey. A una breve lettera è affidata una confessione, un monito a tutela della verità, che rimane nel tempo anche quando nessuno può leggerla. Questa volta però le cose vanno diversamente. Londra, è il 2 novembre del 2000: Helen Watt, anziana professoressa della facoltà di Storia a un anno dalla pensione, accetta la richiesta di consulenza da parte di Ian Easton, che insieme alla moglie Bridgette, è impegnato nella ristrutturazione di una villa di famiglia risalente al secolo diciassettesimo. Durante i lavori hanno scoperto un antico carteggio nascosto dietro un pannello della parete, fogli e rotoli, sigilli marroni e rossi sbriciolati, rilegature preziose in cuoio o pergamena, Helen riconosce due lingue: portoghese ed ebraico, l’emozione è intensa e fatica a nasconderla. Quei testi potrebbero essere frutto del lavoro di rabbini vissuti secoli prima. Un tesoro inestimabile. Helen riesce a strappare ai coniugi Easton tre giorni di tempo durante i quali potrà studiare i documenti all’interno della dimora, in modo da valutarli senza spostarli e danneggiarli. Al suo fianco ci sarà lo specializzando americano Aaron Levy, impegnato nello studio del rapporto tra il celebre Shakespeare e i profughi ebrei in epoca elisabettiana, per il quale la professoressa non nutre fiducia. Gli occhi della donna per pochi istanti hanno letto le antiche righe, contenenti i nomi del rabbino HaCoen Mendes e il dotto Menasseh ben Israel, vittime dell’Inquisizione in Spagna. Quanto basta per capirne il valore e dissimularlo. Quanto basta per capire che quell’ultima consulenza non sarà come le precedenti e la condurrà lungo un percorso a ritroso assai impegnativo, volto a scoprire l’identità dello scriba che ha vergato i documenti e li ha firmati Aleph

Il peso dell’inchiostro costruisce attraverso le pagine un cammino parallelo tra il passato e il presente, un mistero che si ingarbuglia e si svela piano, mano a mano che i due studiosi, Helen e Aaron, traducono e portano in luce la verità. Il conflitto tra i due è sia generazionale che culturale e questo condiziona le aspettative e l’approccio alla scoperta. Un conflitto che mantiene viva la narrazione e aggiunge maggiore ritmo a una storia affascinante, grazie a personaggi caratterizzati alla perfezione. Un rapporto di lavoro e stima che andrà a svilupparsi durante il percorso per sciogliere un mistero che prima di chiarirsi aumenterà i dubbi. Gli excursus sulla storia ebraica, le persecuzioni, i rituali, la società, sono utili a comprendere tale cultura e le sue contraddizioni. Il rispetto spasmodico verso sé stessi e i propri culti, la chiusura verso il mondo esterno e il terrore di essere annientati. Spicca la posizione della donna, il ruolo rigido a cui doveva attenersi, il divieto allo studio e la sottomissione alle regole patriarcali. Un romanzo corposo e ricco di spunti quello a cui la scrittrice Rachel Kadish ha dato vita. Con questo romanzo ha vinto nel 2017 il National Jewish Book Award. Le sue storie note all’estero e pubblicate anche sul “New York Times” e “Tin House” non sono tradotte in italiano, ma questo libro, presentato in Italia nel luglio 2018, potrebbe finalmente far conoscere la Kadish ai lettori e forse in futuro potranno apprezzare anche Tolstoy Lied: A love story o I was here.

LEGGI L’INTERVISTA A RACHEL KADISH



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