Il peso della neve

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Poco distante dal villaggio c’è una casa abbandonata. Nella veranda, il fuoco di una stufa non si spegne mai. Lì accanto, un divano e pochi altri arredi. È proprio in questa dimora che vengono sistemati il vecchio Matteo e il giovane dalle gambe spezzate. L’inverno, che sarà lungo e feroce, oramai è arrivato. La neve blocca qualsiasi via di comunicazione e il blackout elettrico ha paralizzato tutte le attività. I pochi abitanti del villaggio dovranno attendere la primavera per poter raggiungere la costa o la città più vicina. Partire ora, con il gelo e l’imminente prima tempesta di neve, significherebbe non fare più ritorno e consumare combustibile prezioso. Il patto è chiaro: Il vecchio Matteo, uno straniero rimasto bloccato a causa della neve, accudirà il giovane meccanico vittima di un incidente stradale, che non ha altri parenti in paese. In cambio, avrà un posto assicurato sul primo convoglio che potrà partire verso la città. Il processo di guarigione del ragazzo è lento e dolorosissimo e Matteo, che pure lo accudisce con cura, resta un mistero. Per questo il giovane non parla con lui. Un mutismo che il vecchio combatte raccontandogli le storie lette sui libri ritrovati dentro la casa abbandonata. Alla fine, la loro convivenza somiglia a quella di due animali di diversa specie costretti dentro la stessa gabbia. Intanto, là fuori, la neve e il gelo hanno costruito una sorta di labirinto bianco. Gli abitanti del villaggio, che a volte fanno loro visita portando viveri o medicinali, sono creature strane, che sempre più subiscono gli effetti di un isolamento che li sta logorando. Il giovane e il vecchio assistono da lontano al progredire di questa lenta disperazione, che un po’ alla volta diventerà anche la loro. Perché la casa è di fatto una prigione con le sbarre di neve, dalla quale tutti e due vorranno fuggire, presto o tardi. Ma l’inverno sembra volerli trattenere a tutti i costi, ritardando una primavera che nasconde il bosco, il lago e il verde delle felci…

Fuori dal tempo, in una casa abbandonata, dove sono la luce del sole e il nero stellato della notte a dimostrare l’avanzare dei giorni e il maturare dell’inverno; fuori dallo spazio, in un villaggio che non ha quasi più forma, sempre più sommerso da una coltre bianca e senza possibilità di comunicare con l’esterno;circondati da una natura sovrana, che l’inverno ha trasformato in un labirinto dentro al quale Matteo e il giovane dalle gambe spezzate si ritrovano prigionieri così come fu per Dedalo e suo figlio Icaro, imprigionati da Re Minosse. Questa è la storia che il trentasettenne scrittore canadese Christian Guay-Poliquin, considerato tra i più promettenti autori del suo paese, ci sta per raccontare; una storia nella quale i punti cardinali e la cronologia non hanno più senso, sostituiti da simboli mitologici e biblici. Matteo, Giosuè, Giuda, Giona, Maria, Geremia: tutti in paese hanno nomi tratti dalla Bibbia e il loro agire sembra interpretare in un certo senso alcune delle gesta narrate nei Testi Sacri, seppure in un contesto completamente diverso. Che strano, tutti hanno un nome, ad eccezione del ragazzo, il vero io narrante dell’intera avventura. Ma, ai nostri occhi, egli è e sarà sempre più quell’Icaro destinato a spiccare il volo sopra un mare, in questo caso bianca coltre di neve, correndo il pericolo di precipitare. Una scrittura pregevole, quella di Guay-Poliquin, che somiglia ai paesaggi innevati, selvaggi e lontani che vuole descrivere e che sa condurci attraverso il labirinto dal quale, si sa, chi tenta di fuggire è condannato a tornare sui propri passi, a meno che non trovi il filo rosso a guidarlo verso l’uscita. Eppure, ci insegna anche il romanzo, certe prigioni possono diventare persino dimore accoglienti, così come certi labirinti, quando ciò che sta fuori, come un villaggio dove la fame e il freddo rendono disperati, appare un luogo poco sicuro, nel quale smarrirsi sarebbe ancora più semplice che dentro a un labirinto.



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