Il peso delle ombre

Il peso delle ombre

Il 13 agosto 2010, l’alpinista e skyrunner austriaco Christian Stangl annuncia al mondo di aver raggiunto la vetta del K2, in solitaria e senza ossigeno. Alcune settimane più tardi, lo stesso Stangl, dall’Hotel Bristol di Vienna, incalzato riguardo alla veridicità della foto scattata, ammette di non aver conquistato la cima, fermandosi molto prima. Perché lo ha fatto? Perché quell’annuncio fasullo e cos’è accaduto poi? 1906, Alaska, monte McKinley (dal 2015 chiamato Denali, “alto” nella lingua del popolo indigeno dei koyukon), 6.190 metri. L’esploratore Frederick Cook, con un telegramma, annuncia di averne raggiunta la cima, ben presto però smentito da più parti che contestano la fotografia scattata e che rappresenterebbe un picco più basso, da quel giorno denominato The Fake Peak. Ma il medico ed esploratore americano non si ferma, partecipando a una spedizione diretta al Polo Nord il cui successo, similmente all’impresa sul monte McKinley, verrà messa in dubbio; 3 settembre 1925, il ventiduenne alpinista vicentino Severino Casara scala in solitaria il famigerato Campanile di Val Montanaia. La sua è una salita in solitaria, il suo resoconto impreciso e questo basta a contestarne la veridicità, ad opera di una nutrita squadra di arrampicatori affermati. Ma chi può dire come siano andate veramente le cose? Casara è scomparso nel 1978 e non è mai stato una persona molto loquace, di indole artistica e fragile. La sua storia parrebbe destinata all’oblio, eppure notizie come queste sopravvivono, le polemiche e le ricerche non si chiudono, sebbene una conferma e una prova di come potrebbero essere andate le cose, alla fine, sia stata data…

Le cronache di arrampicate annunciate poi contestate e messe in dubbio sono molte e i nomi altrettanto noti. Cesare Maestri sul Cerro Torre, Ueli Steck sul Annapurna, Walter Bonatti e la famosa missione sul K2 con Ardito Desio, senza dimenticare Reinold Messner che nella criticata spedizione sul Nanga Parbat perse il fratello. Ma ciò che ha spinto Mario Casella, giornalista e alpinista, a raccogliere queste interessantissime cronache di imprese contestate e ideali messi in dubbio non è stata la volontà di stabilire la verità ultima e definitiva su ciò che è accaduto, quanto il capire cosa accadde poi a queste persone una volta scese a valle, come cioè reagirono alle accuse e come cambiò la loro vita da quel giorno in avanti. Cosa possono aver provato, il perché hanno mentito, quando lo hanno fatto davvero, o come hanno reagito una volta che la loro versione è stata finalmente data per vera. Perché, nei casi in cui è accaduto, come per la vicenda di Bonatti, la riabilitazione non sempre è bastata a restituire la serenità e la dignità infangate. E per quanto riguarda quanti hanno mentito, quali possono essere state le motivazioni? Per alcuni si parla di autoinganno. “Sei solo, compi un’azione o affermi di averla compiuta senza alcun testimone che ti possa sconfessare e, poco a poco, dopo averla raccontata ti convinci di averla realmente vissuta.” Per altri si tratta di vero e proprio show business. Gli alpinisti in questo caso sono degli attori inseriti in quel costoso e ricco calderone che è diventato lo sport e le loro imprese diventano degli spettacoli. Questo per dire che nemmeno l’alpinismo, che idealmente pare uno sport o uno stile di vita libero da agenti inquinanti come accade per il calcio e il ciclismo, non è immune alla menzogna. E si scopre che non lo è mai stato. In ogni caso, le imprese alpinistiche pongono l’uomo in una condizione estrema nella quale il raggiungimento della vetta non è che un passo, sebbene il più faticoso dal punto di vista fisico. Ma quello successivo, e mentale, non è da meno come ben fa capire Uli Steck: “Le difficoltà non sono sulle pareti delle montagne, per quanto impegnative possano essere. Il rientro nel mondo reale dopo una scalata o una spedizione è molto complicato! Ti trovi di fronte a un mucchio di domande rivolte da altri”.



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