Il pianeta del futuro

Il pianeta del futuro

Alla fine del '700, il giovane vicario di una chiesetta del Surrey, a sud di Londra, rifletteva con raccapriccio sul fatto che in tre anni aveva officiato 57 battesimi e solo 3 funerali. E dov'era la cattiva notizia? Vi chiederete voi. La cattiva notizia - secondo Thomas Robert Malthus - era  che quella crescita avrebbe portato la popolazione ben presto in un vicolo cieco, perché la capacità di produrre cibo non viaggiava affatto a quei ritmi. La natura avrebbe perciò ben presto scatenato malattie e sciagure sulle masse gaudenti che si riproducevano a ritmo serrato riportandole alla dura realtà dell'equilibrio, e nulla si poteva fare per impedirlo: anzi, ogni politica sociale che incoraggiasse i poveri a sposarsi e riprodursi nonostante le condizioni difficili sarebbe dovuta essere abrogata. Parte dal Saggio sul principio di popolazione di quel sacerdote dal labbro leporino di più di due secoli fa una lunga tradizione culturale e scientifica che fu benedetta sin da subito dalla classe industriale e dal colonialismo e ancora oggi è sulla breccia. Il primo momento in cui l'approccio malthusiano ebbe una drammatica attuazione politica fu la grande carestia irlandese dal 1845 al 1849 causata dal fungo Phytophtora infestans che distrusse i raccolti di patate, unica forma di sostentamento dei contadini, causò 1 milione di morti e spinse 1 milione di emigranti verso gli Stati Uniti: il funzionario della Corona britannica Charles Trevelyan, che coordinava i soccorsi, definiva la carestia irlandese "un colpo diretto inferto da una Provvidenza onnisciente e onnipotente" e fece molto poco per soccorrere la popolazione più povera. Ma era solo l'inizio: nella prima metà del XX secolo le misure di contenimento della natalità erano quasi tutte di impronta eugenetica o viziate da discriminazione sociale, e dopo il celebre saggio Domani può essere il caos di William Vogt del 1948 (che sosteneva che l'umanità sarebbe stata spazzata via entro il 2050 a causa della crescita della popolazione mondiale fino alla vertiginosa quota di 3 miliardi - mentre con buona pace dello scienziato statunitense nel 2010 siamo quasi a 7 miliardi vivi e vegeti), quasi tutti i Paesi adottarono politiche di controllo delle nascite, alcuni addirittura vietando di avere più di un figlio o imponendo la sterilizzazione di massa...
I mass media non fanno altro che descrivere scenari apocalittici che suonano più o meno così: decine, centinaia di milioni di profughi in fuga da terre devastate dalla carestia e dalle guerre ma ribollenti di nuovi nati, una Cina che con una popolazione superiore al miliardo calpesta qualsiasi buon senso ambientale e sociale, un boom demografico che in un secolo ha quadruplicato il numero degli esseri umani, con il progresso medico che ha raddoppiato l'aspettativa di vita dagli anni '50 a oggi. Tutto questo mentre le mutazioni climatiche e la globalizzazione commerciale rendono sempre più problematico sfamare tante bocche. Siamo davvero alle soglie di una catastrofe demografica? Fred Pearce, uno dei più brillanti e noti giornalisti scientifici europei (trovate i suoi articoli soprattutto su Guardian e New Scientist) sostiene di no. E i dati sono dalla sua parte: contrariamente a quanto sedimentato nell'immaginario collettivo infatti il tasso di accrescimento demografico mondiale è in picchiata dagli anni '60, ed è passato dal 2,1% all'1,2%, mentre la media di figli per donna oggi è 2,6 e la popolazione sotto i 10 anni di età è meno del 10% del totale. Si prevede che la popolazione salirà fino al 2040 arrivando intorno agli 8 miliardi di persone, per poi iniziare a diminuire sensibilmente e raggiungere quota 5 miliardi nel 2100. Il mondo del XXII secolo sarà molto diverso dal nostro, con una popolazione mediamente più anziana e - si spera - mediamente più saggia. Questo il messaggio rassicurante di un libro imponente per documentazione, brillante per stile e soprattutto mai noioso che fa luce sul nostro futuro raccontandoci passato e presente in modo davvero inconsueto e affascinante.

Leggi l'intervista a Fred Pearce

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