Il pianoforte segreto

Da quando Zhu si è trasferita a Pechino da Shanghai assieme alla sua famiglia, la vita è diventata più complicata. Un alloggio angusto costituito di appena due stanze per ben sette persone, cinquanta metri quadrati scarsi, all’interno di un siheyuan, un quadrato di case basse tutte costruite attorno ad una piccola piazzetta centrale. “Un solo pozzo e un solo gabinetto per undici famiglie, pannolini di stoffa rimasti appesi alle finestre del cortile, un pavimento scuro sempre umido e un soffitto rosicchiato dai topi”. La madre di Zhu si lamenta spesso di Pechino: l’aria è troppo inquinata, la polvere ricopre tutto, il cielo è sempre scuro ed il cibo è di scarsa qualità. Eppure la sua famiglia non ha avuto molta scelta se non quella di accettare un impiego nella piccola attività commerciale della zia di Zhu: non è il massimo, ma almeno ha permesso loro di sopravvivere e di non fare la fame. E per fortuna in casa vive anche la nonna, quella donna bella e intelligente che Zhu adora e che tutti considerano il vero pilastro della famiglia. Pazienza se ci si dovrà abituare ad un tenore di vita diverso, gli spazi angusti e la mancanza di denaro. È per il bene comune, è per Mao Zedong. “Da piccola, sapevo già chi fosse. Il suo ritratto era ovunque. Grazie a lui, mi dicevano, la Cina è stata liberata. Da quando ha trionfato sulle forze capitaliste e imperialiste, la vita dei cinesi è cambiata. Ci aspetta un futuro radioso, non ci saranno più né poveri né ricchi, né mandarini né asiatici, solo operai e contadini felici e ben nutriti […] Queste cose me le dicevano anche i miei genitori, perché ci credevano davvero”...

Cresciuta da una madre con una grande passione per la musica (e per la letteratura), Zhu Xiao-Mei coltiva sin da giovanissima le proprie inclinazioni: suona per programmi radiofonici e televisivi e appena decenne viene ammessa al Conservatorio di Pechino. Ma sono anni drammatici quelli che seguono: la rivoluzione culturale di Mao non solo proibisce di ascoltare e suonare musica occidentale, ma punisce severamente anche tutte quelle letture considerate borghesi e decadenti. Le aspettative di un futuro radioso crollano miseramente quando le masse, soprattutto di giovanissimi – in nome della giustizia e del diritto alla felicità del popolo – rispondono alla chiamata alla rivoluzione. Tutti ne vengono travolti, la stessa Zhu inizialmente accanita sostenitrice di Mao ed ora profondamente pentita e addolorata per non essersi sottratta sin da subito a quella follia collettiva (“La rivoluzione culturale mi ha sporcata, mi ha reso complice. A un certo punto ha persino ucciso in me ogni senso morale”). Una follia che vede roghi di libri, di LP e di spartiti considerati “borghesi”, violenze e uccisioni, in una generale atmosfera di sospetto e delazione. Sono gli anni trascorsi nei campi di rieducazione (cinque complessivi dei quali la maggior parte passati a Zhangjiakou), perché appartenente ad una famiglia malvista dal regime maoista, a far comprendere a Zhu la necessità di prendere le distanze da tali orrori. Ed è solo grazie alla musica ed al pianoforte (il potere salvifico della musica, come della letteratura, è un leitmotiv anche in molti racconti legati ai campi di sterminio nazisti) che riesce a farsi spedire di nascosto dalla madre che la giovane Zhu non cede alla disperazione ed anzi si fa portavoce di una piccola controrivoluzione. Alle guardie del campo, che chiedono spiegazioni, dice che quel pianoforte (un po’ sgangherato e con qualche corda mancante) serve per suonare gli Yan Bang Xi ‒ i motivi che erano stati scritti appositamente per la rivoluzione culturale cinese ‒ mentre invece le sue agili dita scorrono sui tasti mandando a memoria Bach e Chopin passando inosservata nell’ignoranza generale di chi ascolta. Adesso Zhu Xiao-Mei vive a Parigi con le sue due figlie, è una affermata pianista ed è anche una delle massime esecutrici delle Variazioni Goldberg ‒ non è un caso che il libro si divida in trenta capitoli, tanti quanto le variazioni del capolavoro di Bach ‒ e la Cina di Mao sembra un ricordo lontano. Eppure noi la ringraziamo di non aver dimenticato, di non aver accolto il consiglio del padre (“A che pro, Xiao-Mei? Quando moriamo, non dobbiamo lasciare tracce. Anche se tu volessi, non ci riusciresti. Prima o poi, il sole, la neve e il vento cancellano i tuoi passi lungo il cammino […] Pensa alle oche selvatiche. Volano alte nel cielo e coprono immense distanze senza mai posare una zampa a terra, né lasciare un'impronta sul suolo. Dobbiamo prendere esempio da loro e non dai passeri, che saltellano per terra. I passeri non capiranno mai il sogno delle oche selvatiche”) e di averci lasciato invece questa importante e lucida testimonianza. Che sia di monito per i giorni a venire.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER